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Cumulo tra pensione e redditi, Inpgi: «L’ordinanza della Cassazione non intacca il Regolamento»

Con una recente pronuncia – ordinanza n. 21470 del 6 ottobre 2020 – la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione è intervenuta sulla questione del cumulo pensione-reddito nell’ambito del regime dell’Inpgi disponendo la restituzione al pensionato che aveva promosso il giudizio delle quote trattenute in applicazione dell’articolo 15 del regolamento dell’Ente. «Il Collegio Giudicante – si legge in un post pubblicato su InpgiNotizie.it – ha richiamato la precedente sentenza della Corte di Cassazione n. 19573 del 19 luglio 2019, che costituisce l’unico precedente orientato in tal senso in uno scenario complessivo nel quale la stessa Sezione Lavoro ha invece assunto un orientamento che conferma l’efficacia e la legittimità delle norme in materia di cumulo tra pensione e reddito previste dal Regolamento dell’Istituto. Orientamento confermato tra l’altro in ben cinque sentenze della Corte di appello, passate già in giudicato».

Pertanto, rileva l’Inpgi, la recente ordinanza «spiega i suoi effetti limitatamente al caso concreto e quindi dalla stessa non deriva e non può derivarne alcun generalizzato effetto abrogativo o disapplicativo della relativa norma Regolamentare interna (art. 15), che continua quindi a trovare piena applicazione».

Entrando nel merito della questione, l’Istituto osserva poi che «la disciplina sul cumulo pensione-reddito per gli enti pubblici prevede che gli enti privatizzati, sulla base dell’autonomia loro attribuita del decreto legislativo 509/94, possano adottare regole diverse da quelle previste per la generalità degli enti pubblici. La ratio della norma, quindi, è quella di attuare correttamente i principi della privatizzazione che, nel disporre la trasformazione degli enti e delle casse di previdenza di professionisti in soggetti giuridici privati, riconosce ad essi il potere di disciplinare in autonomia la materia dei contributi e delle prestazioni, in funzione della preminente esigenza di garantire gli equilibri finanziari».

Anche la giustizia amministrativa, aggiunge l’Ente, «ha riconosciuto la sussistenza di una autonomia regolamentare dell’Inpgi nel disciplinare la materia previdenziale, tenuto conto del processo di “sostanziale delegificazione” post-privatizzazione, alla stregua del quale la legittimità dei relativi provvedimenti deliberativi adottati dall’Inpgi va valutata tenendo conto della finalità dell’atto ad assicurare l’equilibrio finanziario a lungo termine. Condizione questa ampiamente rispettata anche nella delibera che ha disciplinato presso l’Inpgi il regime di parziale cumulabilità della pensione con reddito da lavoro».

Per queste ragioni, conclude l’Inpgi, «tenuto conto dei precedenti orientamenti confermativi della fondatezza e legittimità della misura dettata dal richiamato articoli 15 del Regolamento, l’Istituto continuerà ad applicarne puntualmente la disciplina».

Contributi all'editoria, Lorusso: «Dalla Consulta un monito a tutelare il pluralismo. Crimi si fermi»


«La sentenza della Corte Costituzionale in materia di contributi all’editoria riveste particolare importanza. Pur non riconoscendo l’esistenza di alcun diritto soggettivo delle imprese editoriali a ricevere contributi pubblici, la Consulta ribadisce che tutelare e sostenere il pluralismo dell’informazione è ‘un imperativo costituzionale’. Per questa ragione ha ritenuto censurabile la fissazione dal parte del governo delle disponibilità finanziarie da destinare all’editoria, in assenza di criteri certi e obiettivi fissati dal legislatore. Questo passaggio della sentenza rende necessario l’intervento del Parlamento per ridefinire tali criteri e obiettivi». Lo afferma Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, commentando la decisione dei giudici costituzionali.
L’attuale sistema, rileva infatti la Corte Costituzionale, ‘è affetto da un’incoerenza interna, dovuta a scelte normative che prima creano aspettative e poi autorizzano a negarle’. «Tutto il contrario – prosegue Lorusso – della narrazione propinata dal sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi, e dai suoi sodali, basata su un assunto evidentemente falso, quello cioè che i governi precedenti all’attuale, avrebbero elargito le risorse con assoluta discrezionalità. L’unica discrezionalità ravvisabile in questa vicenda è quella del sottosegretario in carica che si è arrogato il diritto di tagliare il fondo per il pluralismo dell’informazione, ponendo le basi per la chiusura di numerose testate e la perdita di un migliaio di posti di lavoro».
«È pertanto auspicabile – conclude il segretario generale della Fnsi – che il Parlamento si riappropri della materia e riscriva le regole per un settore che va rilanciato anche con il sostegno pubblico, esattamente come avviene in altri Paesi dell’Europa e del mondo. Anziché rallegrarsi per i tagli, il sottosegretario Crimi farebbe bene a riflettere sul fatto che l’Italia è al penultimo posto in Europa per i finanziamenti all’editoria e a riconsiderare l’impostazione data ai cosiddetti Stati generali, diretta a colpire il pluralismo, a cancellare il pensiero critico, a ridurre i posti di lavoro e, in ultima analisi, a impedire all’opinione pubblica di informarsi correttamente».

Solo i giornalisti possono condurre un notiziario radiofonico. La sentenza della Cassazione: esercizio abusivo della professione se non si è iscritti all’albo


 
Solo i giornalisti possono condurre un notiziario radiofonico. Con sentenza n. 41765/2017 la sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna per l’esercizio abusivo della professione di giornalista comminata un anno fa ad un conduttore radiofonico dalla Corte d’appello di Trento – Sezione Distaccata di Bolzano – per la violazione dell’art. 348 Cp.
La motivazione della condanna, riassume Confindustria Radio Tv, si riporta all’aver condotto notiziari radiofonici, esercitando quindi abusivamente la professione di giornalista senza essere iscritto nell’albo dei giornalisti.
La Corte di Cassazione ha inoltre confermato, sempre con la medesima decisione, la condanna per stampa clandestina al legale rappresentante dell’emittente in quanto la testata attraverso la quale venivano diffusi notiziari radiofonici non risultava essere iscritta, ai sensi dell’art. 5 della legge n. 47/1948, nell’apposito registro istituito presso il Tribunale competente.

La società della Regione licenzia giornalista, tre ricorsi. Il Sugc: record di illegittimità

Elisabetta Donadono

Elisabetta Donadono


Licenziata l’unica giornalista assunta a tempo indeterminato da Digitcampania, partecipata della Regione Campania in liquidazione. Domani 8 novembre 2016 ci sarà la prima udienza della causa contro il licenziamento. Si tratta solo di uno dei tre ricorsi presentati dalla collega Elisabetta Donadono contro Digitcampania e SviluppoCampania per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
Una vicenda nella quale le azioni illegittime da parte delle società controllate dalla Regione si sprecano. Nel 2015, con una sentenza esemplare, il Tribunale del lavoro di Napoli rileva che i contratti a progetto firmati ripetutamente con Digitcampania erano soltanto fittizi e riconosce il rapporto di lavoro subordinato della collega secondo quanto previsto dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico. La società viene condannata a pagare gli arretrati e a collocare nell’organico la giornalista.
Intanto, l’azienda viene messa in liquidazione e viene creata SviluppoCampania, dove sarebbero dovuti confluire tutti i dipendenti di Digitcampania. In effetti, i trasferimenti vengono effettuati, ma l’unico lavoratore che resta fuori è proprio la Donadono, nonostante il commissario liquidatore avesse comunicato a SviluppoCampania che l’elenco doveva essere integrato con la giornalista.
Risultato? Digitcampania non solo non ha pagato gli stipendi arretrati, come intimato dal giudice, ma ha anche licenziato la collega.
Il Sindacato unitario giornalisti della Campania chiede che venga ripristinata la legalità e che, quindi, venga ritirato il licenziamento, vengano pagati gli stipendi arretrati e che si dia seguito a quanto previsto dalla legge 15 della Regione Campania, con il trasferimento della collega presso SviluppoCampania. È impensabile che società controllate di fatto da un ente pubblico si comportino con tale disinvoltura nell’interpretazione delle regole a danno dei lavoratori.

Diffamazione, direttore del "Roma" condannato a due anni di carcere: «Sentenza inaccettabile»

Pasquale Clemente

Pasquale Clemente

Il direttore del quotidiano “Roma” Pasquale Clemente è stato condannato in primo grado a due anni di carcere per diffamazione a mezzo stampa, questo significa che se la sentenza non verrà ribaltata in Appello e se non si arriverà alla prescrizione, un altro giornalista andrà in cella per aver scritto quello che pensa. La sentenza del Tribunale di Nola arriva a seguito di una querela da parte dell’allora magistrato e senatore Pasquale Giuliano per un articolo pubblicato sulla “Gazzetta di Caserta”, giornale diretto allora proprio da Pasquale Clemente. Questo accade proprio mentre la commissione Giustizia del Senato licenzia, quasi con voto unanime, il Ddl che prevede l’inasprimento delle pene per il reato di diffamazione a mezzo stampa proprio nei confronti di magistrati e politici, due categorie alle quali appartengono lo stesso querelante e il giudice che sentenziato la condanna del direttore del “Roma”.

 

“Non è accettabile e neanche degna di un Paese civile la sentenza con cui il tribunale di Nola ha condannato a due anni di reclusione il direttore del quotidiano Roma, Pasquale Clemente, riconoscendolo colpevole di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del già parlamentare e magistrato Pasquale Giuliano”. Lo affermano, in una nota, il segretario generale e il presidente della FNSI, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, e il segretario del sindacato dei giornalisti della Campania, Claudio Silvestri. “Senza entrare nel merito della vicenda, che risale ai tempi in cui Clemente dirigeva la Gazzetta di Caserta – dicono – l’aspetto sconcertante riguarda la condanna al carcere del giornalista, in applicazione di una norma, quella dell’articolo 595 del codice penale, ormai fuori dalla storia, ma sulla cui cancellazione, più volte auspicata dagli organismi internazionali, il Parlamento non solo continua a tergiversare, ma immagina addirittura forme di inasprimento, come dimostra la norma recentemente approvata in commissione Giustizia al Senato. I giornalisti non chiedono tutele speciali e neanche impunità. Il carcere rappresenta una misura sproporzionata, oltre che una forma surrettizia di bavaglio all’informazione. È per questo necessario che riprenda al più presto l’esame della proposta di legge volta a cancellare le pene detentive per i giornalisti e che si abbia il coraggio di istituire il giurì per la lealtà dell’informazione, a tutela del diritto dei cittadini ad essere correttamente informati. Al collega Clemente, la solidarietà e la vicinanza del sindacato dei giornalisti italiani”.

La Cassazione: i giornalisti pubblicisti obbligati a versare i contributi all'inpgi

 
cassazione-agenzialegale
Il giornalista iscritto all’albo deve versare i contributi all’Inpgi. Anche se si tratta di un giornalista pubblicista. Anche se i redditi sui quali vanno pagati i contributi derivano da attività occasionale. In questo caso vale anche l’obbligo di iscrizione alla gestione separata della cassa previdenziale di categoria. Lo ha di recente ribadito la Corte di Cassazione respingendo il ricorso presentato da un giornalista pubblicista che si opponeva alla condanna, confermata in Appello, al pagamento dei contributi arretrati richiesti dall’ente. «Come questa Corte ha già avuto modo di affermare – si legge nella sentenza – il giornalista pubblicista ha l’obbligo di contribuire alla “gestione separata” dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani (Inpgi) se è iscritto nell’elenco dei pubblicisti e svolge attività giornalistica libero-professionale, anche se questa abbia carattere occasionale e non abituale». Con l’iscrizione all’albo, precisa ancora la Suprema Corte, si realizzano infatti le condizioni per lo svolgimento di un’attività, quale quella del pubblicista, che può assumere contenuti molteplici, anche per ciò che attiene il relativo impegno lavorativo, del tutto rimesso alla discrezionale valutazione dell’interessato, «e non casualmente, pertanto, la legge connette a tale iscrizione, che costituisce un atto volontario del professionista, l’obbligo di contribuzione nelle forme della gestione separata, alla sola condizione dell’assenza di un vincolo di subordinazione». Nel motivare la decisione, la Corte rileva, infine, la coerenza della situazione giudicata con la norma del decreto legislativo 103 del 1996 che prevede «per evidenti fini di solidarietà di categoria, ed analogamente a quanto stabilito per altre casse dei liberi professionisti, il versamento di una contribuzione minima annuale, dovuta, quindi, a prescindere dall’entità del reddito prodotto e dalle caratteristiche, anche solo occasionali, della prestazione». Questa sentenza ripropone il problema dei circa 50mila iscritti all’Ordine dei giornalisti che non risultano titolari di una posizione previdenziale all’Inpgi. Alcuni Ordini regionali, in applicazione della legge e in linea con l’orientamento della Corte di Cassazione, hanno avviato le procedure di cancellazione dei giornalisti non iscritti all’Inpgi, nell’ambito dell’attività di revisione degli elenchi prescritta dalla legge.
 

Il tribunale conferma: il giornalista dell'ufficio stampa pubblico va assicurato all'Inpgi

Ricorso respinto e condanna al pagamento delle spese processuali. Oltre alla conferma di quanto previsto dal decreto ingiuntivo “avente ad oggetto il pagamento della somma complessiva di € 18.293,00 in favore dell’Inpgi a titolo di contributi obbligatori omessi”, relativi ad un rapporto di lavoro di tipo giornalistico intercorso da novembre 2010 a fine luglio 2014.
Soccombente: il Comune di Caltanissetta. Secondo il quale il giornalista impiegato nell’ufficio stampa dell’ente non svolgeva mansioni giornalistiche e dunque all’Inpgi non andavano versati i contributi previdenziali e al tribunale non andava riconosciuta l’applicazione di un decreto ingiuntivo del 10 luglio 2015.
Nelle motivazioni della sentenza, pubblicate sul sito dell’Associazione siciliana della stampa, la giudice Ida Cristina Pangia del tribunale di Roma ha invece riconosciuto la natura giornalistica del lavoro svolto dal dipendente dell’ente, la “continuità dei servizi” e “l’apporto creativo profuso” nell’elaborazione di notizie e comunicati stampa.
Da qui la necessità di ribadire l’obbligo di assicurazione del giornalista all’istituto previdenziale di categoria e la conferma del principio che anche nel caso di prestazioni di lavoro giornalistico rese dal dipendente di un ente locale “il rapporto di lavoro ed il conseguente rapporto contributivo debba essere regolato secondo i principi di diritto comune (ivi compresa l’applicazione del Cnlg e l’iscrizione all’Inpgi)”.
Nel motivare la sua decisione, la giudice richiama inoltre alcune sentenze della Corte di Cassazione per ricordare, ad esempio, l’obbligo di iscrizione all’Inpgi per i giornalisti impiegati alle dipendenze di un ente pubblico territoriale o un imprenditore che, pur operando in settori diversi dall’editoria, assuma un iscritto all’Ordine professionale per svolgere mansioni di carattere giornalistico.
O ancora il generale principio secondo il quale il trattamento economico dei dipendenti pubblici il cui rapporto di lavoro è stato “privatizzato”, non potendo essere stabilito per legge, deve essere disciplinato dalla contrattazione collettiva.

Equo compenso, ecco cosa ha stabilito il Consiglio di Stato

Il Consiglio di Stato, in data 16 marzo 2016, ha depositato la sentenza con la quale ha confermato, “con motivazione parzialmente diversa”, la sentenza del Tar del 2015 che aveva annullato la delibera sull’equo compenso nel lavoro giornalistico prevista dall’art. 2 della legge 233/.
Per quanto riguarda la platea dei giornalisti interessata all’applicazione dell’equo compenso, il Consiglio di Stato ha sostenuto che la ratio della legge sia quella di “apprestare una disciplina retributiva per tutte le forme di lavoro autonomo giornalistico, in quanto connotate da alcuni caratteri del lavoro subordinato e per tanto meritevoli di tutele assimilabili a quelle ad esso assicurate”.
Di conseguenza, la legge sull’equo compenso non si applicherebbe a tutti i giornalisti considerati lavoratori autonomi, come erroneamente si va sostenendo, ma soltanto a coloro che hanno “una posizione lavorativa che non ha in sostanza i connotati libero-professionali”.
Ciò premesso, il Consiglio di Stato, entrando nei contenuti della delibera sull’equo compenso, ha eccepito che:
– per i quotidiani, a fronte di una prestazione da 145 a 288 articoli all’anno, il trattamento economico pari al 60% del trattamento economico minimo realizza  “una pesante riduzione proporzionale del corrispettivo”;
– la delibera non dà conto della “coerenza” con la disciplina della contrattazione di settore;
– non è stata considerata e valutata la “qualità del lavoro”.
Il Consiglio di Stato ha ritenuto, però, di non accogliere la censura del Tar circa il sistema di determinazione “a pezzo” dei compensi, sostenendo che un computo dell’equo compenso basato sul numero degli articoli non è contrario ai principi della legge, “in quanto si tratta di un modo presuntivo di commisurare una quantità di prestazioni media mensile/annuale al correlato corrispettivo minimo garantito”.
Infine, il Consiglio di Stato ritiene che nella rivisitazione della delibera dovrà essere anche valutata la “necessità e/o opportunità di comprendere o meno nell’equo compenso il cosiddetto terzo scaglione”.
Tutto ciò premesso, nel prendere atto della sostanziale conferma da parte del Consiglio di Stato della precedente pronuncia del Tar, che ha annullato la delibera sull’equo compenso nel lavoro giornalistico autonomo, si deve sottolineare come il Consiglio di Stato abbia ristretto e delimitato le valutazioni del Tar.
Innanzitutto nello stabilire che l’equo compenso debba riguardare le prestazioni autonome giornalistiche che siano connotate da alcuni caratteri del lavoro subordinato e proprio per questo meritevoli di tutela.
In secondo luogo nel confermare che l’equo compenso possa essere determinato “a pezzo” e basarsi sul numero degli articoli.
In conclusione, il Consiglio di Stato non ha sostenuto che i compensi definiti nella delibera sono iniqui. Si è limitato a dire che è iniquo il compenso previsto per le prestazioni superiori a 144 articoli all’anno e inferiori a 288, invitando a considerare l’opportunità di definire anche i compensi per le prestazioni superiori a 288 l’anno.
Proprio con riferimento a queste osservazioni del Consiglio di Stato si deve ricordare che l’accordo contrattuale, che ha piena applicazione in tutte le aziende che applicano il Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico Fieg-Fnsi, prevede i trattamenti minimi per le prestazioni giornalistiche in regime di parasubordinazione e stabilisce esplicitamente che nelle ipotesi di produzione di contenuti informativi superiori a quelli previsti devono essere pattuiti compensi aggiuntivi, tenendo conto dei parametri e dei minimi previsti dall’accordo per la prima fascia di prestazione.
Non va sottaciuta un’ultima considerazione. La legge sull’equo compenso prevedeva la realizzazione di un elenco delle aziende editrici che garantivano l’applicazione dell’equo compenso, specificando che la mancata iscrizione in tale elenco avrebbe comportato per le aziende escluse la decadenza di qualsiasi contributo pubblico a favore dell’editoria. Poiché la commissione è scaduta per decorrenza dei termini e poiché la delibera è stata annullata, non è più possibile procedere alla definizione dell’elenco delle aziende “virtuose”. È questa la conseguenza dell’annullamento della delibera della commissione. I principi stabiliti dal Consiglio di Stato dovranno essere esaminati anche al tavolo contrattuale Fnsi-Fieg, oltre che nella commissione governativa, nel caso in cui dovesse essere ripristinata. La formazione e la riconvocazione di quest’ultima sono infatti subordinate all’approvazione della legge sull’editoria, essendo – come sottolineato – la precedente commissione scaduta per decorrenza dei termini.
Qui il testo della sentenza del Consiglio di Stato e qui il testo della sentenza del Tar del 2015.

Perrotta assolto, tutelato il diritto di critica. Ma Di Meo ancora sotto inchiesta

«Con l’assoluzione del giornalista Giuseppe Perrotta viene ribadito con forza un diritto imprescindibile del giornalismo e della democrazia, quello di critica»: è quanto affermano il Sindacato unitario giornalisti della Campania e i consiglieri nazionali campani della FNSI.
«Siamo in un Paese in cui i giornalisti vengono messi sotto inchiesta solo perché fanno il loro mestiere – continuano i sindacalisti – L’ultimo caso è quello del collega Simone Di Meo, che a Torre Annunziata rischia il rinvio a giudizio per un presunto reato di violazione del segreto d’ufficio in merito ai suoi articoli sulla donna di Torre del Greco arruolata nell’Isis. Ebbene, il dovere del giornalista è quello di raccontare e denunciare sempre, mai quello di tacere. Chi tenta di mettere il bavaglio alla stampa – conclude il sindacato – vuole limitare libertà e democrazia».

Contratto, che cosa significa la disdetta. Le risposte alle domande più comuni

Che cosa significa disdetta del contratto nazionale di lavoro? Che cosa accadrebbe se il contratto non fosse rinnovato nei prossimi sei mesi? Le risposte a queste domande si possono evincere dalla costante interpretazione delle norme contrattuali e dal quadro giuridico-legislativo generale.
La disdetta è una facoltà che il contratto riconosce ad entrambe le parti contraenti. La mancata disdetta del contratto produce – così come disposto dall’articolo 52 del vigente Cnlg – il rinnovo dello stesso di anno in anno. Pertanto, per evitare questo automatismo, la Fnsi – a partire dal 1947 – ha sempre comunicato alla Fieg la disdetta del contratto per garantirsi che le nuove norme contrattuali entrassero in vigore dal giorno successivo a quello della scadenza. La Fieg ha comunicato la disdetta del contratto con la stessa motivazione: ribadire che le nuove norme contrattuali devono entrare in vigore dal 1 aprile 2016. Va ribadito che la disdetta del contratto non significa rescissione della contrattazione collettiva, la cui validità è confermata dall’intero ordinamento giuridico e dalla stessa Costituzione, tant’è vero che la stessa FIEG ne ha confermato la validità chiedendo di intensificare il confronto per il rinnovo per far sì che il nuovo articolato contrattuale entri in vigore dal 1 aprile 2016. 
Che cosa succede se il nuovo contratto non viene stipulato entro il 31 marzo 2016? 
Come già avvenuto in passato (l’ultima volta in ordine di tempo, con il contratto disdettato nel 2005 e rinnovato ben oltre la sua naturale scadenza, ossia nel 2009), le norme contrattuali scadute continuano a trovare applicazione.  
In caso di mancato rinnovo entro il 31 marzo 2016, gli editori potrebbero disapplicare il contratto in quanto scaduto? 
No. Perché  i giornalisti sono stati assunti con un contratto individuale di lavoro nel quale si richiama l’integrale applicazione del Cnlg. La legge non consente di venire meno agli accordi sottoscritti fra le parti e l’applicazione rientra nella tutela dei diritti individuali acquisiti.  
E i nuovi assunti? 
Va ricordato che il contratto collettivo del 1959 ha acquisito validità erga omnes con legge dello Stato e, come ribadito in una recente sentenza della Corte di Cassazione, non può essere disatteso. Pertanto, qualora il contratto non fosse rinnovato, per i nuovi assunti bisognerà fare riferimento al richiamato contratto del 1959 e, per l’adeguamento economico, all’articolo 36 della Costituzione che garantisce ad ogni lavoratore una retribuzione proporzionale alla qualità e quantità del suo lavoro. La parte normativa del contratto del 1959 prevede numerosi istituti , fra i quali giova richiamare gli aumenti biennali di anzianità, le maggiorazioni per lavoro festivo e domenicale, l’indennità fissa in caso di risoluzione del rapporto.  
A che punto è la trattativa? 
Il confronto fra Fnsi e Fieg è stato avviato e prosegue con spirito costruttivo, come peraltro si evince dalla lettera che il presidente degli editori, Maurizio Costa, ha inviato al segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso e dal comunicato della Fieg. Siamo in un passaggio cruciale. Il settore è stato duramente provato dalla crisi e dai tagli operati dalle aziende, che negli ultimi cinque anni hanno comportato la perdita di più di tremila posti di lavoro e consistenti riduzioni delle retribuzioni, per effetto del ricorso massiccio alla cassa integrazione guadagni e ai contratti di solidarietà. Oltre che dalle aziende,  i costi della crisi sono stati pagati pesantemente dall’intera categoria, come dimostrano in modo eloquente i dati dell’ultimo bilancio dell’Inpgi. Dal 2010 ad oggi, l’uscita anticipata in prepensionamento di circa 700 giornalisti ha prodotto una riduzione delle entrate contributive di circa 30 milioni di euro. A questi si aggiungono  400 milioni di euro di maggiori uscite (integrazione del reddito e contribuzione figurativa) per sostenere i  costi degli ammortizzatori sociali. Ad oggi, inoltre, tremila giornalisti sono ancora in solidarietà. 
Dalla presa d’atto di questa situazione è partito il confronto fra Fieg ed Fnsi. A nessuno sfugge la consapevolezza che la tenuta del sistema richiede il ritorno agli investimenti perché la politica dei tagli, pure inevitabile in periodi di recessione, nel lungo periodo diventerebbe soltanto un ulteriore fattore di indebolimento. Per questa ragione, la reciproca disponibilità al confronto senza pregiudiziali e con senso di responsabilità su tutto l’articolato contrattuale, non può prescindere dall’obiettivo principale che la Federazione nazionale della Stampa italiana ha già manifestato: la ripresa dell’occupazione. Creare le condizioni affinché un articolato contrattuale rivisto e adeguato alle nuove esigenze produttive e organizzative, imposte già da tempo dalla rivoluzione digitale, possa includere progressivamente un certo numero di giornalisti precari è un presupposto irrinunciabile. In un’ottica di lungo periodo, tesa alla salvaguardia del sistema di welfare assicurato dagli istituti della categoria, l’aumento dell’occupazione e il rafforzamento delle tutele e delle garanzie per coloro che, pur essendo parte integrante dei processi produttivi, tutele e garanzie non ne hanno affatto, sono i temi che dovranno qualificare il confronto fra le parti e il nuovo contratto.