Turisti a piedi, la scommessa persa dei trasporti

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Il corsivo di oggi su il Giornale di Napoli

Due anziani turisti argentini chiedono il nome della collina che riflette le sue luci sul mare nella notte napoletana. «Posillipo? Molto suggestiva». Non hanno tempo di ammirare. «Questo bus va a Bagnoli?». Purtroppo no. Passate le 11 di sera è difficile trovarne uno. Hanno preso su Booking.com un hotel di infima qualità ad Agnano. Sono stati attirati dal prezzo e dal fatto che era ben evidenziato che proprio di fronte all’albergo vi è una fermata del bus. È vero, la fermata c’è, ma i pullman non passano e la notte tornare dal centro è un’impresa. I poveretti riescono ad arrivare in qualche modo a Fuorigrotta, poi il resto è una scommessa o un taxi ben pagato. «Domani andiamo a Capri o Ischia». La scelta migliore. Per loro Posillipo resterà un miraggio sul mare. Quella del trasporto pubblico locale a Napoli è una scommessa persa. Tagliare sul settore non ha nessuna giustificazione plausibile, neanche quella della riduzione dei trasferimenti statali. La parola razionalizzazione, in questo caso, viene pronunciata a casaccio. Meno mobilità sul territorio significa meno commercio, meno turisti, meno ricchezza. Le opere incompiute e i pullman rotti in deposito sono uno schiaffo all’economia, un ulteriore passo verso il baratro. A Parigi si può scegliere anche di soggiornare in un albergo fuori mano, chiunque troverà una stazione della metropolitana nelle vicinanze aperta fino a tarda sera per raggiungere l’île de la citè. Quella possibilità di raggiungere in qualsiasi momento ciò che vuoi è già di per sé un invito al viaggio. Ma Parigi è un altro mondo. Qui a Napoli si chiede, almeno, un minimo di dignità.

Il sovrintendente lasci stare le feste di piazza

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corsivo su il Giornale di Napoli

Il ruolo della Sovrintendenza è quello di tutelare il patrimonio artistico, architettonico e ambientale. Una garanzia per una città storica come Napoli che rischia di essere saccheggiata da speculazioni, operazioni illegali e, anche, da scelte sbagliate dell’Amministrazione pubblica. È vero, viviamo in un territorio difficile e la sensazione, soprattutto in alcuni quartieri, è che quell’occhio vigile non esista, ma è una sensazione, appunto. Il problema sul quale ci si deve interrogare, invece, è un altro. Il ruolo della tutela, così come è interpretato nel nostro Paese, è fortemente burocratizzato. Il Sovrintendente non è un Prefetto. I rischi di questo meccanismo sono gravi e rischiano di influire negativamente sullo sviluppo delle città. Succede, infatti, che molti di quegli interventi di difesa risultino ciechi, mera esecuzione di un protocollo e che non considerino una variabile fondamentale: la pubblica utilità. Fermare per mesi il cantiere della metropolitana, ad esempio, non può essere ritenuta sempre una operazione di garanzia. Ci sono opere sulle quali dovrebbe prevalere il buon senso: dotare la città di una infrastruttura determinante per l’intero sistema della Mobilità val bene il sacrificio di qualche reperto archeologico. Così come sacrificare il pavé in strade di collegamento fondamentali, sulle quali la manutenzione dei cubetti di porfido è impossibile. Il problema non si pone solo per le opere pubbliche: intervenire sulla possibilità di chiudere una piazza per ospitare un grande evento come il concerto di Springsteen è decisamente fuori luogo. Soprattutto se, alle spalle di quella piazza, il Palazzo Reale, sede della Sovrintendenza, si trasforma ogni giorno in un parcheggio abusivo per i dipendenti di quell’ufficio.

Il rimpastrocchio che ha cancellato la rivoluzione

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Corsivo pubblicato su il Giornale di Napoli
II rimpasto del sindaco ha cancellato definitivamente la rivoluzione arancione, quella della piazza che libera Napoli dalla vecchia politica, dei pm e dei prefetti a Palazzo San Giacomo, quella dell’acqua pubblica e delle assemblee del popolo, di Robin Hood assessore al Bilancio, ma anche delle politiche radicali per la mobilità. La nuova squadra non ha forma e non ha indirizzo, non c’è nessuna personalità di spicco. Nella squadra di governo entrano tré politici di lungo corso, che c’erano quando c’erano Antonio Bassolino e Rosetta lervolino e che hanno fatto parte integrante del sistema contro il quale de Magistris si è candidato. I vari Lucarelli, Realfonzo, Donati, Tuccillo, Narducci, D’Angelo, lo stesso Esposito, con le loro II rimpastrocchio ha cancellato la rivoluzione idee e con la loro storia, rappresentavano il motore del cambiamento reale o solo immaginato della nuova Giunta. Ognuno, nel proprio ambito, aveva portato idee. Anche le meno concrete davano una caratterizzazione forte all’agenda dell’Amministrazione. Ma tutti sono stati messi alla porta e le deleghe che determinano la politica di indirizzo le ha prese in mano tutte il primo cittadino. E difficile cogliere il senso di queste scelte. Nella vecchia politica si cambiava squadra per ritrovare equilibri e voti in consiglio comunale, in questo caso l’operazione ha sortito l’effetto contrario. Da questo punto di vista, più che un rimpasto quello di de Magistris è un rimpastrocchio: una operazione senza equilibrio, senza strategia e senza neanche fantasia. Sembra che a prevalere sia stato, ancora una volta, l’egocentrismo dell’ex pm che non ha indugiato a scaricare le responsabilità degli errori e a fagocitare e fare sue le idee che ognuno ha portato.

Pista ciclabile, si rischia la vita

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Lo so, rischio la vita ogni giorno. Ma di andare al lavoro in bicicletta non ne posso fare proprio a meno, soprattutto da quando sotto casa è spuntata la pista ciclabile. Quando la Iervolino annunciò il suo progetto di costruire un percorso di 20 chilometri dedicati alle due ruote ecologiche pensai ad un sogno, al solito annuncio stravagante. Poi venne Giggino che, come è noto, trasforma i sogni in realtà, compreso quello di far cantare Springsteen sullo stesso palco dove ha cantato Gigi D’Alessio, et voilà, un tappetino d’asfalto arancione compare a pochi metri dal mio palazzo. Certo, il tracciato non è proprio quello che immaginavo. Da Bagnoli a Fuorigrotta la pista coincide col marciapiede e, in alcuni punti, si interrompe contro un muro o un sovrappasso in ferro (poi rimosso). Ci si può imbattere anche in qualche discarica improvvisata o in una comunità di barboni che ha piazzato i propri giacigli proprio sul quella lingua d’asfalto colorata. Poco male, arrivati a Fuorigrotta il percorso è protetto e completamente dedicato ai ciclisti.
Unico problema: prima della grotta che porta a Chiaia ci sono, in un centinaio di metri, sei attraversamenti da brividi, tutti rigorosamente senza semaforo. Dopo averli superati ti senti un sopravvissuto, uno pronto a qualsiasi sfida, e puoi affrontare a pieni polmoni un tunnel di un chilometro, una interminabile camera a gas e polveri sottili, e gli altri cinque attraversamenti che ti aspettano a Mergellina.
Arrivare sul lungomare, è una vera liberazione. Ma è solo un’illusione. In quel paradiso inatteso, in quel luogo ideale, ci si accorge che l’incubo non è finito. Dopo la giungla di auto e moto impazzite, c’è quella degli uomini o, meglio, dei napoletani, che non sanno neanche lontanamente cosa sia una pista ciclabile. Il ciclista di turno deve quindi cominciare un nuovo percorso ad ostacoli dove bisogna evitare, in ordine sparso, il runner che segue pedissequamente una linea a caso del tracciato, la mamma che ha deciso che i primi passi del proprio bimbo debbano essere fatti proprio davanti alla ruota della tua bicicletta, capannelli di persone che hanno deciso che quello è il luogo ideale per la riunione di condominio, e, poi, nei giorni di festa, migliaia di coppiette che camminano mano nella mano, in fila, sulla pista ciclabile come se fosse l’unica strada che conduce all’amore eterno.
Ma il peggio arriva al ritorno dal lavoro, quando il buio è calato sulla città, e migliaia di persone invadono i quartieri della movida cercando ristoro, alcol, figa, nulla cosmico. Durante i quattro chilometri e passa per tornare a casa oltre agli ostacoli fisici, bisogna imbattersi negli insulti gratuiti, che a Napoli vengono distribuiti con grande generosità; con qualche motociclista che ha deciso che la pista, in fondo, è anche sua; con gli automobilisti che hanno pensato che quello è il posto migliore per parcheggiare; ma, soprattutto, con i contestatori che identificano i ciclisti con lo Stato, il Comune e le regole.
Per questo, nell’unico tratto non destinato ai velocipedi, l’uomo senza casco che, in controsenso, ha rischiato di investirti mentre parlava al cellulare, ti ricorda: “Strunz’, ce sta ‘a pista ciclabile”. Arrivo a casa immerso nella mia riflessione sui napoletani, indeciso se affidarmi alla genetica o all’antropologia per definire quel loro modo di fare così poco europeo, e un pensiero va alla ruota che mi hanno rubato il primo giorno che ho ripescato la bicicletta dalla cantina per andare al lavoro. Ma non posso rinunciare per questo. Del resto, l’alternativa è un pullman che non passa mai e un biglietto troppo caro per la crisi. Domani torno in bicicletta.

Crollo alla Riviera, il Comune era informato dei rischi

«Il Comune sapeva dei gravissimi rischi sui palazzi della Riviera di Chiaia, ma nessuno è intervenuto chiudendo la strada al traffico come, invece, chiedeva con insistenza il direttore dei lavori per mettere in sicurezza cantiere ed edifici». A parlare è il consigliere comunale Stanislao Lanzotti che ha ricevuto dal vicedirettore del Comune di Napoli Giuseppe Pulli un dossier che ripercorre i due mesi che hanno preceduto il crollo dell’ala del civico 72 il 4 marzo scorso. «Per questo – afferma Lanzotti – chiedero le dimissioni dell’assessore alla Mobilità Anna Donati».
Quelle consegnate a Lanzotti sono le stesse carte che sono state date alla Procura che ha messo sotto inchiesta 22 persone, tra cui ben quattro dirigenti comunali, tra i quali lo stesso Pulli, il referente del ciclo integrato delle acque, il dirigente del servizio Difesa idrogeologica del territorio e sicurezza abitativa e il dirigente del servizio Linea 6 della metropolitana. Pulli afferma nel dossier che «dal 2008 al 2013 ci sono state soltanto 5 segnalazione che riguardavano la sicurezza degli edifici». La più grave è quella relativa a quanto accaduto il 23 gennaio, quanto acqua e detriti invasero la stazione sotterranea in costruzione “Arco Mirelli” con pesanti conseguenze sugli edifici. I segni evidenti del danno ci furono al civico 82, dove il pavimento del locale “Dog Out” si abbassò di ben 4 centimentri (l’attività commerciale fu chiusa tre giorni dopo dalla polizia municipale). Tuttavia, prima di predisporre accertamenti tecnici si attende più di un mese. Il 28 febbraio il sindaco firma un’ordinanza con la quale si intima al proprietario dell’edificio (l’Opera Pia del Purgatorio ad Arco) di “far eseguire ad horas gli opportuni accertamenti tecnici e tutte le opere di assicurazione strettamente necessarie a scongiurare lo stato di pericolo”. In sostanza, per un problema che riguarda il dissesto idrogeologico provocato dalla costruzione della metropolitana si chiede ad un privato di effettuare opere di messa in sicurezza. Si tratta evidentemente di un provvedimento assurdo: primo, perché nessun privato sarebbe nelle condizioni economiche per affrontare lavori così importanti; secondo, perché nessun privato avrebbe potuto effettuare i lavori realmente necessari alla messa in sicurezza dell’edificio (che dipendono principalmente dalla messa in sicurezza nel sottosuolo). A dimostrare che il problema non riguardava semplicemente quell’edificio e che i lavori ordinati al proprietario sarebbero stati inefficaci, c’è il fatto che, appena quattro giorni dopo, è crollato un altro palazzo. Insomma, il Comune di fronte ad una emergenza enorme parla in burocratese.
Ma tra le carte quella che in maniera più drammatica evidenzia presunte responsabilità da parte di Ansaldo e Comune di Napoli è la lettera inviata il 19 febbraio alla società e, per conoscenza, a Palazzo San Giacomo dal direttore dei lavori Angelo Ribecco. L’ingegnere lancia un vero e proprio allarme che fa «seguito ai numerosi incontri tenuti nelle varie sedi». Sottolinea che «alcuna soluzione che consenta la prosecuzione dei lavori è stata prospettata». Ribecco dice che la tenuta dei giunti tra i diaframmi non è più garantita, che i progettisti devono trovare soluzioni immediate «prima che si verifichino incidenti del genere già vissuto il 23 gennaio con le conseguenze che questi potrebbero avere sull’edificio circostante». Ma questi lavori di messa in sicurezza («impermealizzazione dei giunti»), per non provocare problemi alla falda acquifera, avrebbero previsto la chiusura della Riviera di Chiaia «per un periodo minimo di 30 giorni», soluzione che, come afferma Ribecco «troverebbe ostacoli in seno all’Amministrazione comunale». Un atto di accusa gravissimo. Del resto, quella, per l’ingegnere, era l’unica soluzione per evitare «ulteriori decompressioni del terreno posto al di sotto dei fabbricati». A stabilire di chi, effettivamente, siano le responsabilità potrà essere, chiaramente, solo la Procura della Repubblica.

Le favelas napoletane? Accanto all’aeroporto

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Un villaggio di baracche e rifiuti abitato da circa 600 anime, da cani randagi e topi. Si vive come in una grande discarica selezionando e bruciando cavi di gomma per ricavare il cosiddetto “oro rosso”, il rame rubato alle Ferrovie. Si riciclano pezzi di auto ricettate e tutto quello che dai cassonetti può tornare alla strada. Non è una baraccopoli di San Paolo del Brasile, sono le favelas napoletane e si trovano proprio a ridosso dell’aeroporto di Capodichino: in via del Riposo, al confine tra la Settima e la Quarta Municipalità, tra Secondigliano e Poggioreale.
Il campo è abitato dai nomadi. Negli anni l’area è diventata sempre più grande, anche perché qui hanno trovato spazio i rom sgomberati da viale Umberto Maddalena e dalla zona della Circumvallazione di Casoria. Ma il villaggio, come una massa cancerosa, diventa ogni giorno più grande. Ai confini vengono depositati gli scarti dell’enorme mole di immondizia che arriva ogni giorni in via del Riposo e su quegli scarti vengono costruite nuove baracche in legno, lamiere, plexiglass, cartone, amianto e qualsiasi materiale possa essere utilizzato per costruire un misero tetto. Inutile parlare di servizi igienici, per urinare e per tutto il resto basta andare ai confini del campo tra odori che farebbero vomitare chiunque. Ma i nomadi che vivono nelle favelas odori non ne sentono più, il loro polmoni sono massacrati dai fumi tossici che vengono sprigionati dai roghi per ricavare il rame dai cavi elettrici. Un’attività che si svolge 24 ore su 24 e che infesta l’aria dell’intero quartiere. I cittadini non ne possono più, e le loro denunce, da anni, restano lettera morta.
Non è una vergogna che si può nascondere. La baraccopoli si trova proprio accanto all’aeroporto di Capodichino e lo scalo napoletano è invaso ogni giorno da accattoni che chiedono l’elemosina ai turisti. Non è il miglior benvenuto per chi arriva in una città, è come dire: “Immaginavate una città misera? L’avete trovata”.
«Sono anni che denunciamo questo scempio – afferma Giuseppe Grazioso, consigliere della VII Municipalità e presidente dell’associazione “Città senza periferie” -, ma il Comune non se ne interessa. È venuta l’Asl più volte e ha presentato un dossier alla Procura della Repubblica, ma la salute pubblica non sembra interessare neanche alla magistratura. Eppure – afferma Grazioso – questo villaggio rappresenta una vera e propria emergenza sia per chi ci vive, in condizioni disumane, sia per la gente del quartiere: una bomba ecologica tra due quartieri molto popolosi. Senza contare l’enorme danno all’immagine per la città. Molti di questi rom invadono l’aeroporto e il campo è ben visibile dagli aerei che atterrano in città. È impressionante come tutta questa illegalità e tutto questo disagio vengano completamente ignorati dalle istituzioni. Tra l’altro – spiega il consigliere-attivista – la situazione peggiora sempre di più, poiché la popolazione nel campo continua a crescere senza argini».

Sfrattati dalla Rsa, i matti tornano al Frullone

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Mario è entrato in manicomio a 16 anni. Una vita interrotta dalla violenza di un letto di contenzione o di una camicia di forza. L’unica sua colpa: la diversità. Un marchio che prima della legge Basaglia veniva punito con la tortura. Mario ha superato gli 80 anni. L’ultima parte della sua vita l’ha vissuta presso la Rsa (Residenza sanitaria assistenziale) “Sgueglia” al rione Traiano, una struttura per anziani. Mario è un nome di fantasia, ma la sua storia è vera e le torture per lui non sono finite. Con gli altri 11 ospiti della Sgueglia, infatti, lunedì sarà trasferito al Frullone, perché la sede di viale Traiano deve essere ristrutturata. Si tratterà di una vera e propria deportazione, visto che per tutti sarà come ritornare in manicomio. Il Frullone, infatti, molti lo ricordano, insieme al Leonardo Bianchi, era il manicomio. Sarà come tornare nella stanza delle “torture” anche se passeranno semplicemente da un centro per anziani all’altro.
I familiari non ci stanno e hanno annunciato di bloccare fisicamente la “deportazione”. Hanno scritto alla Municipalità, al Comune, alla Regione, ma non hanno avuto alcuna risposta. Oggi, però, saranno ricevuti in Tribunale dove sono stati convocati dal giudice tutelare che potrebbe bloccare il trasferimento.
«È una decisione assurda – sottolinea Alberto Romano, portavoce dei “tutori” degli ospiti della Rsa – Innanzitutto, la struttura è di recente costruzione, ha circa 15 anni. Gli interventi che sono stati programmati non sono affatto urgenti e 250mila euro sembrano davvero troppi. Ma per noi il problema non è questo, se proprio questo restauro deve essere realizzato, lo si può fare anche senza cacciare via gli assistiti, procedendo a comparti. Nessuno ha considerato la loro condizione – afferma Romano – L’abbandono della propria casa e la privazione di radicate relazioni affettive possono facilmente comportare gravissime conseguenze psichiche sui pazienti. Già in passato ci sono stati diversi tentativi di autolesionismo da parte degli anziani della Rsa. Chi ha preso questa decisione, allora – dice il portavoce dei familiari – se ne prenda fino in fondo le responsabilità. In questi 15 anni in questa Residenza è stata creata una realtà simile a quella di una casa-famiglia, dove gli assistiti si sentono protetti e dove sono circondati dall’affetto dei propri cari». La Sgueglia è una struttura per anziani ma ospita tutti pazienti psicotici. Per un “difetto” della legge, infatti, gli psicotici, superati i 65 anni, diventano semplicemente “vecchi” e devono essere trattati in quanto tali.
«C’è certamente un paradosso. È stato chiuso il “Frullone” come ospedale psichiatrico, per una lunga battaglia condotta dall’allora direttore Sergio Piro, e adesso diventa una residenza per anziani dove si troveranno, però, pazienti psicotici», afferma Francesco Blasi, segretario dell’associazione “Sergio Piro”. «È un problema che deve essere affrontato anche dal punto di vista assistenziale – dice lo psichiatra – Un paziente che viene curato come schizofrenico non può passare nelle mani del geriatra solo perché ha compiuto 65 anni. Altra cosa è il trauma che certamente subiranno questi pazienti che avranno la sensazione di tornare in un luogo che certamente hanno odiato».

Dalla pizza alla moda, le griffe scelgono ancora Chiaia

APRONO BURBERRY, CUCINELLI E SORBILLO

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I locali dove aprirà Burberry in via dei Mille

Chiaia è certamente un quartiere ferito: la sciagura del crollo della Riviera di Chiaia, un piano traffico che affossa il commercio e l’abbandono ne minano fortemente le potenzialità. Basti pensare a come è ridotta la Villa Comunale, l’ex passeggiata reale, un vero disastro. Eppure, nonostante tutto, resta il salotto buono, la vetrina della città. Le griffe scelgono ancora di investire qui. In via dei Mille apriranno a breve due negozi di marchi importantissimi come Burberry, che ha occupato i locali che furono del Banco di Napoli, e il “re” del cachemire Brunello Cucinelli che aprirà sul marciapiede opposto. Si aggiungeranno a tutti gli altri: da Hermes a Bulgari, passando per Monetti e Mont Blanc, Louis Vuitton. E cominciano a diventare sempre più appetibili i pochi locali del lungomare di via Partenope. Dopo che Bellavia ha deciso di abbandonare, ha deciso di aprire al suo posto uno dei più famosi pizzaioli di Napoli, Gino Sorbillo, già candidato anche a sindaco di Napoli. Ha deciso di dare l’annuncio su Facebook. Il locale si chiamerà “Lievito madre al mare” e punterà sulla qualità: solo sette tipi di pizze, non di più, e poi birre artigianali e vini. Saranno privilegiati i prodotti nostrani e di stagione. Insomma, i locali di via Partenope diventano sempre più un obiettivo importante per chi vuole fare un salto di qualità e questo, chiaramente, si ripercuoterà anche sugli affitti che diventeranno sempre più cari.

Buche e incidenti, denunciare il Comune di Napoli conviene

NAPOLI 23/02/10 BUCA STRADALE IN VIA PIEDIGROTTA

Denunciare il Comune di Napoli conviene. Se si cade inciampando in un sanpietrino saltato, se si rompe l’auto in una buca il risarcimento è assicurato. Palazzo San Giacomo, infatti, per importi inferiori ai 5mila euro non si costituirà in giudizio. È quanto affermato, nero su bianco, dal dirigente dell’Avvocatura Fabio M. Ferrari. In una nota riservata inviata al sindaco e al direttore generale il dirigente afferma, con una evidente vena di ironia, che al suo servizio sono stati affidati «ben sei avvocati» e che, per questo motivo, è stato necessario sospendere «le costituzioni nei giudizi innanzi al Giudice di Pace del circondario per risarcimento danni da insidie stradali, nei quali, sino ad allora era impiegato un quarto delle risorse togate (sei) ed un massiccio contingente di personale amministrativo». Ferrari chiarisce che si è trattato di una «scelta dolorosa, ma ineluttabile alla luce della scarsità di risorse umane e dell’obiettivo di individuare priorità più urgenti». Poi il dirigente fa cenno alla difficoltà di vincere cause del genere. Ferrari afferma che in questi contenziosi il Comune risulta quasi sempre «soccombente» poiché «lo stato delle strade cittadine è notoriamente precario» e il cittadino che denuncia «ha solo l’onere di provare l’esistenza dell’insidia e la derivazione causale del danno provocato da essa». Il dirigente dice anche che per un mese ha sperimentato l’impiego di due unità per questo servizio, ma inutilmente. L’unica soluzione secondo l’avvocato, «la strada maestra», dice lui, «per evitare l’insorgere di tali contenziosi è quella della risistemazione delle strade».
Ma quanto costano al Comune di Napoli questi contenziosi? Lo scrive la stessa Avvocatura (nota Pg/2012/695769): 750 milioni di euro. In base alla previsione di questo importo nel piani di rientro approvato dal consiglio comunale di Napoli per i prossimi dieci anni sono stati previsti debiti fuori bilancio per mezzo miliardo di euro (50 milioni di euro all’anno). Una tegola enorme per la situazione disastrosa delle casse comunalei. È una cifra che consentirebbe di garantire una costante manutenzione delle strade cittadine.
Il caso è stato evidenziato a più riprese dalla Prima Municipalità. Più volte il presidente della commissione Decentramento e bilancio ddi Chiaia, Guido Postiglione, ha evidenziando questo problema invitando l’Avvocatura a partecipare ad una della riunioni per chiarire. Il parlamentino di Chiaia, infatti, ha dovuto votare negli ultimi quattro mesi del 2012 debiti fuori bilancio, relativi a risarcimento danni causati dalle buche, per ben 210mila euro (con un picco di 136mila euro tra settembre e ottobre), una cifra che per il salotto della città corrisponderebbe a più di 600mila euro all’anno. Una situazione insostenibile contro la quale le singole Municipalità non hanno armi. L’atteggiamento del Comune è stato, però, stigmatizzato con l’approvazione di un ordine del giorno nel quale si definisce «non più tollerabile, anzi offensivo», l’atteggiamento del Comune che resta «senza difesa tecnica» con conseguenze disastrose per i conti pubblici.

Città della Scienza, è il nostro 11 settembre

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È il nostro 11 settembre. Nel microcosmo napoletano la distruzione di un museo, l’annientamento così plateale di una struttura simbolo della città da parte di oscure forze criminali è paragonabile ad un attentato terroristico come quello delle Torri Gemelle. Con la cancellazione di Città della Scienza è stata violentata la città come in un bombardamento. Napoli è stata colpita al cuore e un gesto di queste proporzioni non ha precedenti. È un particolare che non può essere sottovalutato da chi indaga. Non si può ragionare come se ci si trovasse semplicemente di fronte alla camorra bombarola, quella che fa saltare i negozi, che incendia i boschi e le terre, che gestisce le bonifiche e lo smaltimento illecito dei rifiuti. Qui non è stato colpito un esercizio commerciale e neanche un museo, se vogliamo. È stata colpita un’idea, il piano di sviluppo di un intero territorio. Senza quei capannoni possono essere rivisti completamente il disegno della costa ma anche l’edificazione di tutto quello che c’è dietro. Per chi ha commissionato l’attacco, Città della Scienza era, evidentemente, un ostacolo. In realtà lo era, per altri motivi, anche per chi ha elaborato il Piano regolatore originario del Comune di Napoli. Per il Prg quei capannoni non dovevano essere in quel posto, la linea di costa originaria doveva essere ripristinata e tutte le costruzioni esistenti rase al suolo. Del resto, la dislocazione dello science centre era già stata paventata, ma fu sventata con una levata di scudi da parte dell’intellighenzia cittadina e con una modifica al Piano urbanistico. In questa prospettiva è evidente che la camorra, se c’entra la camorra, non può essere l’unico attore del disegno criminale. Può essere stato il braccio armato, ma i protagonisti principali sono certamente quelle imprese che hanno interessi diretti su qull’area e gli Amministratori pubblici (non è detto che c’entri la politica, sull’affare Bagnoli sono passate tre generazioni di politici) che a quelle imprese hanno aperto o presentato nuove possibilità di speculazione. In un’altra ipotesi a colpire potrebbero essere stati, invece, quei gruppi eversivi che proprio quegli speculatori vorrebbero colpire, e che immaginano Bagnoli come nel sogno del Prg. Questo è il teorema. Ora c’è da individuare il progetto, perché dietro quel piano ci sono i responsabili. Arrestare il camorrista di turno non basta, c’è un sistema di potere consolidato da smantellare. Per ora, possiamo esserne certi, lo scheletro di quel cadavere resterà sulla spiaggia per troppo tempo a marcire, giusto il tempo di dimenticare tutte le buone intenzioni.