Master Transmediale: comunicazione e innovazione

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=yhwb9BCOEqs]

The Social Network, in un film la solitudine di Facebook

di Roberto Gallone *

“And right now you could care less about me, but soon enough you will care” (e ora potrebbe importarti di meno di me, ma presto ti importerà) recita il testo della vibrante Ball & Biscuit dei White Stripes nell’overture di The Social Network (in Italia nelle sale dal 12 novembre). “Baby you’re a rich man too” (ragazzo sei anche tu un uomo ricco) cantano i Beatles alla fine del film.  A chi può importare di un ragazzo che ha un’idea “geniale”? A chi può “importare” un “ragazzo ricco”? Potrebbe essere questa l’analisi che ci propone David Fincher (Se7en, Fight Club, Zodiac) sulla vicenda che racconta la storia (quella di Mark Zuckerberg) e le storie (le vicende processuali) che si nascondono dietro il più popolare e più cliccato social network dei nostri tempi. Tratta il tutto, però, senza celebrazioni e sembra quasi voler documentare e raccontare una storia senza spessore, inutile e priva di valori. Il gioco funziona e Fincher pare volersi soffermare più che sul riconoscimento di un talento sulla pochezza dei personaggi e sulla vicenda squallida. Lo fa con un ritmo vibrante, con la misura dell’inquadratura, con l’esperienza di chi conosce il tempo della narrazione e sa raccontare i personaggi nella misura giusta ma, soprattutto, con l’attenzione di descrivere e raccontare una vicenda senza farla diventare mitica. L’epica che trasuda dalle storie di persone geniali qui pare non esistere, non siamo di fronte a Mister Hula Hop fatto di vicende, persone e luoghi che sapevano raccontarsi come una leggenda e Zuckerberg non è il genio Will Hunting, la sua è una presenza assente, senza pathos, senza carisma e senza ideali. La premura di Fincher sembra quella di chi si preoccupa di raccontare una vicenda sì “straordinaria” ma senza incensare troppo la “genialità” del protagonista. Il regista sembra non esaltare il ribelle, il genio, il profeta (come recita uno dei trailer del film), che si nascondono in Zuckerberg, ma piuttosto la vicenda umana di un solitario disperato che alla fine rimane tale nonostante la fama, il successo e la ricchezza.
Chi si aspetta di ritrovare in The Social Network un po’ di Facebook ne rimarrà deluso (non si parla di amici, foto e profili). Chi si aspetta un’analisi su una nuova forma di comunicazione che raccoglie i disperati che sfuggono dalla noia del quotidiano ne rimarrà altrettanto scontento; Fincher non si accosta minimamente al fenomeno Facebook, non si preoccupa di descriverne le dinamiche, le potenzialità o le lacune, il regista propone l’immagine di chi è dietro Facebook e non di chi gli è davanti, scava dentro la personalità di un giovane disperato, emblema di una società dalla comunicazione facile, pressappochista ed egocentrica, dettata dal voyeurismo e dal narcisismo, di persone che si “devono” inventare qualcosa per farsi notare.

* psicologo

Don Manganiello contro Gomorra: fango su Napoli

di Marta Cattaneo

«Gomorra è un film che ha gettato solo fango su Scampia e su Napoli». Parole dure, durissime, quelle pronunciate da don Aniello Manganiello ieri pomeriggio nel corso di Domenica In – L’Arena, il programma condotto da Massimo Giletti in onda su Raiuno. E don Aniello, il quartiere all’ombra delle famigerate Vele, lo conosce bene, anzi, proprio da Scampia, se ne è dovuto andare a malincuore appena 20 giorni fa. Dopo sedici anni di battaglie. Dopo sedici anni da prete di frontiera trascorsi al fianco di chi, quotidianamente, vive con la consapevolezza di essere dimenticato da tutti, istituzioni in primis. Colpa di un trasferimento nella Capitale. Ieri, dopo appena 20 giorni, don Aniello è tornato a parlare della sua Scampia, della sua gente, di quella gente che non ha mai abbandonato e che porterà sempre nel cuore. Torna a difendere i suoi parrocchiani e lo fa attaccando il film tratto dal best seller di Roberto Saviano. «Un’operazione da cassetta – ha detto senza mezzi termini il sacerdote – che non ha avuto rispetto per nessuno, per settantamila abitanti che fanno parte della ottava municipalità». Una voce fuori dal solito coro dei consensi. Una voce autorevole di chi il territorio lo conosce per davvero. Di chi la criminalità la ha combattuta con i fatti e non solo a parole. «Un film – ha poi proseguito don Aniello – che ha gettato solo fango su Scampia e su Napoli e che ha dato nel mondo un’immagine della nostra città e del quartiere negativa». Nella pellicola di Garrone non sarebbe raccontata la vera Scampia. Bensì si vedrebbero solo «stereotipi in riferimento ad un territorio degradato, ostaggio della camorra, con gente disonesta, anarchica, illegale. Uno stereotipo che i giornali e i media ci hanno buttato continuamente addosso» dimenticandosi di quella gente onesta che, nel quartiere alla periferia nord di Napoli, vive. Perché, come spiega anche il sacerdote coraggio, «circa la presenza malavitosa o dell’indotto umano che fa riferimento alla camorra o che vive di illegalità o di espedienti l’Università Federico II ha dato dei numeri: su una popolazione di settantamila abitanti, i malavitosi sarebbero dieci o quindicimila». Insomma, per una volta, bisognerebbe vedere il bicchiere mezzo.

(dal “Roma” dell’1 novembre 2010)

Taverna del re, discarica fuorilegge

di Franco Ortolani*

Stefano Franciosi, responsabile WWF di Lago Patria e componente della delegazione che ha potuto visitare la piazzola numero 12 di Taverna del Re insieme ad altre quattro persone, tra cui Lucia De Cicco e alcuni consiglieri comunali di Giugliano ha diffuso le foto di seguito illustrate che evidenziano una vera e propria discarica di rifiuti soli urbani a cielo aperto senza alcuna protezione alla base. Secondo l’ordinanza 512 del 27 ottobre scorso, firmata dal Presidente della provincia Luigi Cesaro, i rifiuti sarebbero dovuti essere disposti sopra un telo impermeabile. Secondo Franciosi: «Sono poche le prescrizioni dell’Asl che sono state rispettate in questa situazione». «Veniamo trattati peggio delle bestie, continua Franciosi. Questa ordinanza è solo un pretesto per scaricare quanto e come si vuole. Veniamo selvaggiamente picchiati per permettere di scaricare agli autocompattatori pieni di spazzatura proveniente da Napoli mentre noi continuiamo a tenere i nostri rifiuti in strada». Purtroppo, niente di nuovo. Lo stesso trattamento fu usato negli scorsi anni ad Acerra dove vennero scaricati migliaia di metri cubi di rifiuti senza alcuna precauzione per la tutela dell’ambiente e della salute degli abitanti come illustrano le due foto seguenti riprese nelle piazzole antistanti l’inceneritore. Taverna del Re, ovvero, il miracolo di Berlusconi? Certo il Cavaliere ha dato una lezione di “Buon Governo del fare” agli incapaci amministratori che governano la Provincia di Napoli e la Regione Campania. Ma come era così semplice fare il miracolo di ripulire Napoli in pochi giorni, non ci avevano pensato? Ma quando cresceranno e impareranno a non osservare le leggi? Non hanno ancora capito che le istituzioni preposte alla difesa dell’ambiente e alla salute dei cittadini nonché alla repressione dei reati, come prescritto dalla Costituzione Italiana e dallo Statuto della Regione Campania, sono troppo impegnate (ad esempio a collaudare l’inceneritore di Acerra e a controllare lo stato dell’ambiente circostante) o troppo distratte o molto affettuose? Si inquina l’ambiente? Si danneggiano le attività agricolo-zootecniche? Si danneggia la salute dei cittadini? Tanto prima o poi ci penserà qualche eruzione a fare piazza pulita come si augura il Capo della Protezione Civile.

* ordinario di Geologia – Università di Napoli Federico II

National Geographic: «Vesuvio. Conto alla rovescia»

di Marta Cattaneo

NAPOLI. Chi ha detto che, in caso di eruzione del Vesuvio, Napoli sarebbe al sicuro da ogni rischio? Recenti scoperte, infatti, hanno rinvenuto tracce di una precedente eruzione ad ovest del vulcano, ossia proprio nell’area metropolitana del capoluogo partenopeo. La scoperta è stata al centro del documentario “Vesuvio. Conto alla rovescia”, andato in onda su National Geographic Channel, canale 402 di Sky. Nella trasmissione il nostro vulcano viene definito, senza esitazione, «Uno dei più pericolosi al mondo» che, come spiega Charles Pellegrino, scienziato autore del libro “Fantasmi del Vesuvio”, «sicuramente erutterà ancora». Gli studiosi stanno cercando di datare la prossima esplosione e, a causa della densità abitativa della zona, temono una vera e propria catastrofe. Basti pensare che l’onda d’urto dell’esplosione degli attentati dell’11 settembre a New York sarebbe pari a un decimillesimo di quella provocata da una possibile eruzione del Vesuvio. Tanti i fattori presi in considerazione dagli studiosi dell’osservatorio vesuviano per cercare di individuare i segni di una imminente eruzione. I principali sono l’attività sismica, la composizione gassosa ed eventuali rigonfiamenti nel terreno. A testimonianza del fatto che il Vesuvio è un vulcano ancora attivo, all’osservatorio, ogni anno, vengono registrati più di duecento microterremoti di intensità inavvertibile dalla gente che, però, non sfuggono ai sismografi. Per cercare, inoltre, di individuare ulteriori segnali gli scienziati si affidano alla storia. L’ultima eruzione, infatti, risale al 1944 e, sebbene non sia nemmeno paragonabile a quella che, nel 79 dopo Cristo distrusse Pompei ed Ercolano, 26 furono le persone che persero la vita per il crollo dei tetti appesantiti dalla cenere. Ma è l’eruzione del 79 d.C. che offre maggiori spunti di ricerca. Ad essere presi in esame i segni del flusso piroclastico, una miscela di particelle solide e gassose che, a temperature elevatissime, distruggono tutto quello che incontrano. Ad Ercolano, per intenderci, oltre trecento persone morirono investite dal flusso. Una morte immediata, in appena un duecentesimo di secondo. Recentemente, però, si è aperto un nuovo scenario. Il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo e l’antropologo Pier Paolo Petrone, infatti, hanno scoperto due scheletri, nei pressi di San Paolo Belsito, unici nel loro genere. Sarebbero infatti vittime dell’eruzione, nota con il nome “Avellino” che colpì la regione nel 1780 a.C. Una esplosione terribile, ben più grave di quella che distrusse Pompei ed Ercolano che distrusse il villaggio posto a 15 chilometri dal vulcano, in un’area corrispondente all’area metropolitana di Napoli. Quasi quattromila anni fa la rioccupazione dell’area fu impossibile per circa 200 anni. Se oggi si verificasse un’eruzione analoga sarebbe una vera e propria catastrofe. «Potrebbe crollare l’economia italiana – dice John Rennie, caporedattore della rivista Scientific American – e ci sarebbero effetti gravissimi anche in Europa». Infine, nel documentario gli studiosi hanno puntato l’indice anche contro il cosiddetto piano di evacuazione in caso di eruzione. Se il capo della protezione civile, Bertolaso, è convinto che in una settimana, tra primi sintomi ed eruzione, si possa sgomberare l’area senza problemi, non tutti la pensano alla stessa maniera. Prima di tutto, alla luce anche delle recenti scoperte sull’eruzione “Avellino”, bisognerebbe ampliare la zona rossa non tenendo conto dei confini territoriali. Benedetto De Vivo, ordinario di Geochimica ambientale alla Federico II, infatti, fa l’esempio dell’ospedale del mare che, «sebbene sia a soli sette chilometri dal cratere, non è stato inserito nella zona rossa». Il dibattito è più che mai aperto, l’unica cosa certa è che, nonostante lo Sterminator Vesevo non dia segni evidenti di attività, è bene non sottovalutare la forza della natura.