Napoli città morta, la cultura si fa nei centri commerciali

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Le serrande chiuse di Fnac avevano prodotto un senso di inquietudine nei residenti del Vomero. Come se fosse stata cancellata una piazza, con i suoi palazzi, le panchine, le colonne dove appoggiarsi, i tavolini dei caffè all’aperto. Il quartiere più borghese della città sarebbe rimasto orfano dell’unico suo luogo di incontro e di cultura. È un paradosso ma è così: i musei, le librerie, i bistrot non svolgono alcuna funzione aggregante in una zona ad alta vocazione residenziale se non ci sono stimoli. Al centro storico, ad esempio, l’università funziona da enorme motore culturale, non perché è l’Accademia, ma perché riunisce attorno a sé una grande quantità di persone di diversa provenienza sociale, di città diverse, ma con interessi comuni. Per questo ogni spazio di quel quartiere può diventare un luogo di incontro vero e, quindi, di cultura: dal bar, al cinema, alla libreria. Al Vomero non è così. Paradossalmente, però, un piccolo centro commerciale, come Fnac, ha svolto, in parte, questa funzione. In quel negozio, dove si può entrare anche solo per guardare e per incontrare, appunto, si ritrovano persone che possono parlare insieme delle stesse cose: dai libri alla fotografia, dalla musica all’informatica. È un luogo commerciale che diventa piazza, è la cultura tenuta in vita dal mercato. Questo, però, deve stimolare una riflessione. Se la cultura ha bisogno di centri commerciali per sopravvivere, significa che attorno c’è il deserto: un vuoto pericoloso, una città morta.

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