Se una cozza risveglia l’incubo dei napoletani

cozze

Il corsivo di oggi su il Giornale di Napoli

Trecento tonnellate di cozze al macero, addio impepata per i napoletani appassionati di muscoli (le chiamano così le cozze a Genova). Sì, perché durante tutto l’anno i mitili vengono acquistati in strada su bancarelle improvvisate, senza alcuna etichetta che ne certifichi la provenienza e protetti dal sole solo dal potere refrigerante di un vecchio ombrellone. Ma quando la Capitaneria, in estate, sequestra quintalate di molluschi coltivati vicino agli scarichi fognari, dove a 500 metri ci sono regolari concessioni, scatta la fobia. La verità è che i napoletani, gli stessi che hanno mangiato cozze killer tutto l’anno, sono terrorizzati dai grandi numeri. Non è il semplice malore né il tifo e neanche l’epatite a far paura. È la pandemia. È quel male inarrestabile che improvvisamente invade i vicoli, che prende anche chi non ha colpe e che lascia un marchio indelebile sulle persone e sulle città. A Napoli per secoli ha governato la peste, più del vulcano, più dei re. Sono passati solo 40 anni dall’ultima epidemia di colera. Chi ha viaggiato in quel 1973 ricorda cosa significava dire: “Sono di Napoli”. Basti pensare che negli stadi ci chiamano ancora “colerosi”. Oggi, chiaramente, non c’è alcun pericolo di epidemia. È solo che le cozze hanno per i napoletani la stessa funzione catartica che gli alieni hanno nella letteratura e nel cinema per gli americani: sono metafora della società, incarnano le paure di un popolo. Ma tra il terrore costante dell’ignoto e il timore temporaneo della dissenteria, stiamo certamente messi meglio noi.

 

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