The Social Network, in un film la solitudine di Facebook

di Roberto Gallone *

“And right now you could care less about me, but soon enough you will care” (e ora potrebbe importarti di meno di me, ma presto ti importerà) recita il testo della vibrante Ball & Biscuit dei White Stripes nell’overture di The Social Network (in Italia nelle sale dal 12 novembre). “Baby you’re a rich man too” (ragazzo sei anche tu un uomo ricco) cantano i Beatles alla fine del film.  A chi può importare di un ragazzo che ha un’idea “geniale”? A chi può “importare” un “ragazzo ricco”? Potrebbe essere questa l’analisi che ci propone David Fincher (Se7en, Fight Club, Zodiac) sulla vicenda che racconta la storia (quella di Mark Zuckerberg) e le storie (le vicende processuali) che si nascondono dietro il più popolare e più cliccato social network dei nostri tempi. Tratta il tutto, però, senza celebrazioni e sembra quasi voler documentare e raccontare una storia senza spessore, inutile e priva di valori. Il gioco funziona e Fincher pare volersi soffermare più che sul riconoscimento di un talento sulla pochezza dei personaggi e sulla vicenda squallida. Lo fa con un ritmo vibrante, con la misura dell’inquadratura, con l’esperienza di chi conosce il tempo della narrazione e sa raccontare i personaggi nella misura giusta ma, soprattutto, con l’attenzione di descrivere e raccontare una vicenda senza farla diventare mitica. L’epica che trasuda dalle storie di persone geniali qui pare non esistere, non siamo di fronte a Mister Hula Hop fatto di vicende, persone e luoghi che sapevano raccontarsi come una leggenda e Zuckerberg non è il genio Will Hunting, la sua è una presenza assente, senza pathos, senza carisma e senza ideali. La premura di Fincher sembra quella di chi si preoccupa di raccontare una vicenda sì “straordinaria” ma senza incensare troppo la “genialità” del protagonista. Il regista sembra non esaltare il ribelle, il genio, il profeta (come recita uno dei trailer del film), che si nascondono in Zuckerberg, ma piuttosto la vicenda umana di un solitario disperato che alla fine rimane tale nonostante la fama, il successo e la ricchezza.
Chi si aspetta di ritrovare in The Social Network un po’ di Facebook ne rimarrà deluso (non si parla di amici, foto e profili). Chi si aspetta un’analisi su una nuova forma di comunicazione che raccoglie i disperati che sfuggono dalla noia del quotidiano ne rimarrà altrettanto scontento; Fincher non si accosta minimamente al fenomeno Facebook, non si preoccupa di descriverne le dinamiche, le potenzialità o le lacune, il regista propone l’immagine di chi è dietro Facebook e non di chi gli è davanti, scava dentro la personalità di un giovane disperato, emblema di una società dalla comunicazione facile, pressappochista ed egocentrica, dettata dal voyeurismo e dal narcisismo, di persone che si “devono” inventare qualcosa per farsi notare.

* psicologo

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