Saviano, l’antimafioso qualunquista

Saviano a Casal di Principe al forum dopo il quale arrivarono le presunte minacce

Saviano non è uno scrittore, non è un giornalista, non è un eroe: è un partito, un’idea, una fede. Lui incarna l’antimafia. È il simulacro di tutte le forze che si oppongono alle organizzazioni criminali: la polizia, i magistrati, le associazioni, i giornalisti, la gente comune. Di ognuna di queste categorie non esprime neanche un’abilità. Non indaga su nulla, non rivela niente di nuovo e di inatteso, non denuncia chi non è stato mai denunciato e non scrive come uno scrittore. Non è Falcone, non è Siani, non è Grassi e non è neanche Sciascia.

Questi uomini, ma ce ne sono tanti altri, erano completamente immersi nella faccenda, avevano annusato un mafioso, ci avevano parlato e con il loro lavoro quotidiano hanno contrastato il crimine organizzato: rivelando, arrestando, denunciando. Molti, troppi, sono stati ammazzati per questo. C’è un carattere che unisce tutte queste persone, che le rende uniche, moralmente al di sopra delle altre: quello di essere state fino in fondo quelle che erano: un magistrato, un giornalista, un imprenditore. Non erano soldati votati alla guerra. Non avevano neanche chi, nella battaglia, coprisse loro le spalle. Erano uomini che si sono trovati davanti ad un problema, che l’etica legata al proprio mestiere imponeva loro di affrontare: la mafia. Ci sono uomini con le spalle larghe, a volte sono solo dei padri di famiglia, che sono, nella loro semplicità, nella loro spontaneità, un esempio: per il bene possono sacrificare anche la loro vita. Il male e il bene si rappresentano così, banalmente. Saviano non rientra, per costituzione, in questa categoria di uomini. Lui è al di là del bene del male. Se non esistesse la mafia, non esisterebbe.

Tutta la sua fortuna è costruita attorno ad un’unica opera, Gomorra. Un romanzo costruito su elementi di verità collezionati dai ritagli di giornali, ma pieno di immagini letterarie. E’ anche un istant book, poiché viene pubblicato dopo l’esplosione della faida di Scampia: la guerra di camorra più sanguinosa dai tempi della Nco di Raffaele Cutolo. In quel momento Napoli era sui giornali di tutto il mondo per i morti ammazzati. Il libro giusto al momento giusto diventa un caso letterario. In fondo, in quel momento era l’unica opera che riuscisse a raccontare cosa stesse accadendo in città. E che desse, nella sua buona costruzione, leggera ed efficace (più vicina alla tradizione del romanzo d’inchiesta americano che a quella italiana), un quadro ampio del fenomeno. Era e rimane, però, un romanzo. Un testo dove domina la finzione e che non ha altre pretese se non quella di essere un racconto.

Prima di questo romanzo Saviano era un ragazzotto della provincia casertana a Napoli per studiare filosofia. Aveva cominciato a masticare di camorra con Amato Lamberti all’Osservatorio, nel periodo delle pubblicazioni settimanali sul Corriere del Mezzogiorno. E di camorra ha cominciato a scrivere su vari giornali. Del fenonemo era un semplice osservatore, uno che voleva conoscere. Ma l’idea del giovane e intraprendente aversano era quella di scrivere un romanzo. Non poteva fare altro, del resto, non poteva scrivere, ad esempio, un’inchiesta. Non aveva gli elementi per farlo. Poteva, però, far conoscere a tutti quello che succedeva a Napoli e che nessuno, in fondo, riusciva a raccontare bene. La narrazione frammentata dei giornali locali è la vita che scorre, non è una storia. Il materiale, però, era lì per poter essere utilizzato e nessuno ancora lo aveva fatto. Forse perché tutti quelli che trattavano del fenomeno erano impegnati ad annusare il sangue e la terra. Saviano no, era in un luogo privilegiato quello dell’osservatore caduto nella grande città che lo sommergeva di stimoli.

Nasce così Gomorra, prima edizione da 5mila copie. Sul libro punta un colosso editoriale come Mondadori: qualche passaggio televisivo e arriva il successo. Ma il ragazzo di provincia, che ha intuito e scritto l’opera, subisce una strana trasformazione. Il tritaconcetti semplificatorio della comunicazione televisiva trasforma lo scrittore in un eroe, nell’unico uomo che ha il coraggio di raccontare la camorra. Non è così, ma un Paese senza guide morali, senza punti di riferimento, ha bisogno di simboli. È in questo momento, che in uno strano processo di disincarnazione, l’uomo si trasforma nella sua rappresentazione, lo scrittore si identifica con l’eroe. È quello che i media vogliono. Napoli è schiacciata dal racconto dei suoi mali e Saviano è l’augure di questo destino. Il sospetto delle minacce, poi, rende la finzione tremendamente credibile. Il fantoccio mediatico viene circondato da uomini veri: la scorta, magistrati, politici, giornalisti, i ragazzi delle associazioni. Lo scrittore diventa un divo, circondato da un pubblico fedele e ispirato dall’aura invincibile della superiorità morale.

Ma c’è una seconda fase della trasumanazione. L’eroe è anche social, e approfitta del suo pulpito privilegiato per parlare di tutto. Roberto interviene su qualsiasi cosa. Lo fa con lo stesso tono con il quale scrive di camorra, quello del romanziere. Alla morte di Taricone, più grande di lui di cinque anni dice: “Io e te compagni di scuola”. Parla di Maradona e ricorda “quando a Napoli si svuotavano le scuole” per vedere i suoi allenamenti (un’immagine assurda, che può immaginare solo un ragazzo di provincia, ma letterariamente affascinante). Sono alcuni esempi che la dicono lunga su come letteratura e realtà si confondano pericolosamente nelle sue esternazioni. Il qualunquismo è il carattere che distingue la profondità della sua riflessione. Ma quando parla di politica può diventare pericoloso. Il vate, dalla sua posizione, può condannare ed assolvere, prove o non prove. Lo può fare al di là delle aule di tribunale, delle leggi, di qualsiasi luogo istituzionale. Per questo la parola può diventare una minaccia anche per i giusti. Per questo quando Saviano si schiera con qualcuno è una minaccia per l’altro. Il rischio è che al male, al mafioso, non si opponga il giusto, ma l’antimafioso.

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