Monthly Archives: maggio 2013

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Quadro di Puglisi sull’altare, la parrocchia sfida i clan

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il corsivo su il Giornale di Napoli

La camorra a Napoli è ovunque, ma in alcuni quartieri la presenza ingombrante della malavita organizzata è talmente pervasiva da influenzare pericolosamente le scelte dei ragazzi. Sono quei luoghi dove il boss diventa un modello, dove lo spaccio di droga diventa una possibilità di lavoro, dove la prevaricazione regola i rapporti umani anche nella famiglia. Qui l’azione delle forze dell’ordine, per quanto incisiva, non riuscirà mai ad estirpare il male. C’è bisogno di esempi, di modelli forti, di alternative credibili per questi ragazzi. Come lo fu Pino Puglisi nel quartiere di Brancaccio a Palermo. Il prete ucciso dalla mafia è stato proclamato beato e nella chiesa di San Giuseppe a Chiaia c’è un quadro che lo rappresenta, proprio vicino all’altare. Vuole essere un simbolo e un messaggio forte in una di quelle zone infestate dai clan. In quella parrocchia c’è un prete coraggioso: Franco Rapullino, uno che non ha mai avuto paura di sfidare i prepotenti, di cacciarli dalla chiesa, di convincerli, nei pochi casi in cui è stato possibile, a lasciare la via cattiva. Lo ha fatto per venti anni a Porta Capuana. Ora ha cominciato con la Torretta, una zona di Chiaia, del cosiddetto salotto della città, completamente sotto il controllo della malavita. Una zona dove il degrado morale di alcune parti della popolazione assume aspetti inquietanti. Quella foto, adesso, è un monito e un invito per chi entra in chiesa. Un messaggio che dovrebbe entrare in ogni parrocchia di frontiera. Nel 1990, in un momento di grande sconforto, dopo l’orrendo assassinio di un bimbo di due anni in un agguato, don Franco urlò dall’altare: “Fujtevenne”. Non l’ha più detto, da quel momento ancora più di prima ha cercato di convertire e cambiare, di lottare. Proprio come Puglisi e come tanti altri senza nome.

Turisti a piedi, la scommessa persa dei trasporti

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Il corsivo di oggi su il Giornale di Napoli

Due anziani turisti argentini chiedono il nome della collina che riflette le sue luci sul mare nella notte napoletana. «Posillipo? Molto suggestiva». Non hanno tempo di ammirare. «Questo bus va a Bagnoli?». Purtroppo no. Passate le 11 di sera è difficile trovarne uno. Hanno preso su Booking.com un hotel di infima qualità ad Agnano. Sono stati attirati dal prezzo e dal fatto che era ben evidenziato che proprio di fronte all’albergo vi è una fermata del bus. È vero, la fermata c’è, ma i pullman non passano e la notte tornare dal centro è un’impresa. I poveretti riescono ad arrivare in qualche modo a Fuorigrotta, poi il resto è una scommessa o un taxi ben pagato. «Domani andiamo a Capri o Ischia». La scelta migliore. Per loro Posillipo resterà un miraggio sul mare. Quella del trasporto pubblico locale a Napoli è una scommessa persa. Tagliare sul settore non ha nessuna giustificazione plausibile, neanche quella della riduzione dei trasferimenti statali. La parola razionalizzazione, in questo caso, viene pronunciata a casaccio. Meno mobilità sul territorio significa meno commercio, meno turisti, meno ricchezza. Le opere incompiute e i pullman rotti in deposito sono uno schiaffo all’economia, un ulteriore passo verso il baratro. A Parigi si può scegliere anche di soggiornare in un albergo fuori mano, chiunque troverà una stazione della metropolitana nelle vicinanze aperta fino a tarda sera per raggiungere l’île de la citè. Quella possibilità di raggiungere in qualsiasi momento ciò che vuoi è già di per sé un invito al viaggio. Ma Parigi è un altro mondo. Qui a Napoli si chiede, almeno, un minimo di dignità.

Il sovrintendente lasci stare le feste di piazza

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corsivo su il Giornale di Napoli

Il ruolo della Sovrintendenza è quello di tutelare il patrimonio artistico, architettonico e ambientale. Una garanzia per una città storica come Napoli che rischia di essere saccheggiata da speculazioni, operazioni illegali e, anche, da scelte sbagliate dell’Amministrazione pubblica. È vero, viviamo in un territorio difficile e la sensazione, soprattutto in alcuni quartieri, è che quell’occhio vigile non esista, ma è una sensazione, appunto. Il problema sul quale ci si deve interrogare, invece, è un altro. Il ruolo della tutela, così come è interpretato nel nostro Paese, è fortemente burocratizzato. Il Sovrintendente non è un Prefetto. I rischi di questo meccanismo sono gravi e rischiano di influire negativamente sullo sviluppo delle città. Succede, infatti, che molti di quegli interventi di difesa risultino ciechi, mera esecuzione di un protocollo e che non considerino una variabile fondamentale: la pubblica utilità. Fermare per mesi il cantiere della metropolitana, ad esempio, non può essere ritenuta sempre una operazione di garanzia. Ci sono opere sulle quali dovrebbe prevalere il buon senso: dotare la città di una infrastruttura determinante per l’intero sistema della Mobilità val bene il sacrificio di qualche reperto archeologico. Così come sacrificare il pavé in strade di collegamento fondamentali, sulle quali la manutenzione dei cubetti di porfido è impossibile. Il problema non si pone solo per le opere pubbliche: intervenire sulla possibilità di chiudere una piazza per ospitare un grande evento come il concerto di Springsteen è decisamente fuori luogo. Soprattutto se, alle spalle di quella piazza, il Palazzo Reale, sede della Sovrintendenza, si trasforma ogni giorno in un parcheggio abusivo per i dipendenti di quell’ufficio.

Il rimpastrocchio che ha cancellato la rivoluzione

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Corsivo pubblicato su il Giornale di Napoli
II rimpasto del sindaco ha cancellato definitivamente la rivoluzione arancione, quella della piazza che libera Napoli dalla vecchia politica, dei pm e dei prefetti a Palazzo San Giacomo, quella dell’acqua pubblica e delle assemblee del popolo, di Robin Hood assessore al Bilancio, ma anche delle politiche radicali per la mobilità. La nuova squadra non ha forma e non ha indirizzo, non c’è nessuna personalità di spicco. Nella squadra di governo entrano tré politici di lungo corso, che c’erano quando c’erano Antonio Bassolino e Rosetta lervolino e che hanno fatto parte integrante del sistema contro il quale de Magistris si è candidato. I vari Lucarelli, Realfonzo, Donati, Tuccillo, Narducci, D’Angelo, lo stesso Esposito, con le loro II rimpastrocchio ha cancellato la rivoluzione idee e con la loro storia, rappresentavano il motore del cambiamento reale o solo immaginato della nuova Giunta. Ognuno, nel proprio ambito, aveva portato idee. Anche le meno concrete davano una caratterizzazione forte all’agenda dell’Amministrazione. Ma tutti sono stati messi alla porta e le deleghe che determinano la politica di indirizzo le ha prese in mano tutte il primo cittadino. E difficile cogliere il senso di queste scelte. Nella vecchia politica si cambiava squadra per ritrovare equilibri e voti in consiglio comunale, in questo caso l’operazione ha sortito l’effetto contrario. Da questo punto di vista, più che un rimpasto quello di de Magistris è un rimpastrocchio: una operazione senza equilibrio, senza strategia e senza neanche fantasia. Sembra che a prevalere sia stato, ancora una volta, l’egocentrismo dell’ex pm che non ha indugiato a scaricare le responsabilità degli errori e a fagocitare e fare sue le idee che ognuno ha portato.

Pista ciclabile, si rischia la vita

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Lo so, rischio la vita ogni giorno. Ma di andare al lavoro in bicicletta non ne posso fare proprio a meno, soprattutto da quando sotto casa è spuntata la pista ciclabile. Quando la Iervolino annunciò il suo progetto di costruire un percorso di 20 chilometri dedicati alle due ruote ecologiche pensai ad un sogno, al solito annuncio stravagante. Poi venne Giggino che, come è noto, trasforma i sogni in realtà, compreso quello di far cantare Springsteen sullo stesso palco dove ha cantato Gigi D’Alessio, et voilà, un tappetino d’asfalto arancione compare a pochi metri dal mio palazzo. Certo, il tracciato non è proprio quello che immaginavo. Da Bagnoli a Fuorigrotta la pista coincide col marciapiede e, in alcuni punti, si interrompe contro un muro o un sovrappasso in ferro (poi rimosso). Ci si può imbattere anche in qualche discarica improvvisata o in una comunità di barboni che ha piazzato i propri giacigli proprio sul quella lingua d’asfalto colorata. Poco male, arrivati a Fuorigrotta il percorso è protetto e completamente dedicato ai ciclisti.
Unico problema: prima della grotta che porta a Chiaia ci sono, in un centinaio di metri, sei attraversamenti da brividi, tutti rigorosamente senza semaforo. Dopo averli superati ti senti un sopravvissuto, uno pronto a qualsiasi sfida, e puoi affrontare a pieni polmoni un tunnel di un chilometro, una interminabile camera a gas e polveri sottili, e gli altri cinque attraversamenti che ti aspettano a Mergellina.
Arrivare sul lungomare, è una vera liberazione. Ma è solo un’illusione. In quel paradiso inatteso, in quel luogo ideale, ci si accorge che l’incubo non è finito. Dopo la giungla di auto e moto impazzite, c’è quella degli uomini o, meglio, dei napoletani, che non sanno neanche lontanamente cosa sia una pista ciclabile. Il ciclista di turno deve quindi cominciare un nuovo percorso ad ostacoli dove bisogna evitare, in ordine sparso, il runner che segue pedissequamente una linea a caso del tracciato, la mamma che ha deciso che i primi passi del proprio bimbo debbano essere fatti proprio davanti alla ruota della tua bicicletta, capannelli di persone che hanno deciso che quello è il luogo ideale per la riunione di condominio, e, poi, nei giorni di festa, migliaia di coppiette che camminano mano nella mano, in fila, sulla pista ciclabile come se fosse l’unica strada che conduce all’amore eterno.
Ma il peggio arriva al ritorno dal lavoro, quando il buio è calato sulla città, e migliaia di persone invadono i quartieri della movida cercando ristoro, alcol, figa, nulla cosmico. Durante i quattro chilometri e passa per tornare a casa oltre agli ostacoli fisici, bisogna imbattersi negli insulti gratuiti, che a Napoli vengono distribuiti con grande generosità; con qualche motociclista che ha deciso che la pista, in fondo, è anche sua; con gli automobilisti che hanno pensato che quello è il posto migliore per parcheggiare; ma, soprattutto, con i contestatori che identificano i ciclisti con lo Stato, il Comune e le regole.
Per questo, nell’unico tratto non destinato ai velocipedi, l’uomo senza casco che, in controsenso, ha rischiato di investirti mentre parlava al cellulare, ti ricorda: “Strunz’, ce sta ‘a pista ciclabile”. Arrivo a casa immerso nella mia riflessione sui napoletani, indeciso se affidarmi alla genetica o all’antropologia per definire quel loro modo di fare così poco europeo, e un pensiero va alla ruota che mi hanno rubato il primo giorno che ho ripescato la bicicletta dalla cantina per andare al lavoro. Ma non posso rinunciare per questo. Del resto, l’alternativa è un pullman che non passa mai e un biglietto troppo caro per la crisi. Domani torno in bicicletta.

Crollo alla Riviera, il Comune era informato dei rischi

«Il Comune sapeva dei gravissimi rischi sui palazzi della Riviera di Chiaia, ma nessuno è intervenuto chiudendo la strada al traffico come, invece, chiedeva con insistenza il direttore dei lavori per mettere in sicurezza cantiere ed edifici». A parlare è il consigliere comunale Stanislao Lanzotti che ha ricevuto dal vicedirettore del Comune di Napoli Giuseppe Pulli un dossier che ripercorre i due mesi che hanno preceduto il crollo dell’ala del civico 72 il 4 marzo scorso. «Per questo – afferma Lanzotti – chiedero le dimissioni dell’assessore alla Mobilità Anna Donati».
Quelle consegnate a Lanzotti sono le stesse carte che sono state date alla Procura che ha messo sotto inchiesta 22 persone, tra cui ben quattro dirigenti comunali, tra i quali lo stesso Pulli, il referente del ciclo integrato delle acque, il dirigente del servizio Difesa idrogeologica del territorio e sicurezza abitativa e il dirigente del servizio Linea 6 della metropolitana. Pulli afferma nel dossier che «dal 2008 al 2013 ci sono state soltanto 5 segnalazione che riguardavano la sicurezza degli edifici». La più grave è quella relativa a quanto accaduto il 23 gennaio, quanto acqua e detriti invasero la stazione sotterranea in costruzione “Arco Mirelli” con pesanti conseguenze sugli edifici. I segni evidenti del danno ci furono al civico 82, dove il pavimento del locale “Dog Out” si abbassò di ben 4 centimentri (l’attività commerciale fu chiusa tre giorni dopo dalla polizia municipale). Tuttavia, prima di predisporre accertamenti tecnici si attende più di un mese. Il 28 febbraio il sindaco firma un’ordinanza con la quale si intima al proprietario dell’edificio (l’Opera Pia del Purgatorio ad Arco) di “far eseguire ad horas gli opportuni accertamenti tecnici e tutte le opere di assicurazione strettamente necessarie a scongiurare lo stato di pericolo”. In sostanza, per un problema che riguarda il dissesto idrogeologico provocato dalla costruzione della metropolitana si chiede ad un privato di effettuare opere di messa in sicurezza. Si tratta evidentemente di un provvedimento assurdo: primo, perché nessun privato sarebbe nelle condizioni economiche per affrontare lavori così importanti; secondo, perché nessun privato avrebbe potuto effettuare i lavori realmente necessari alla messa in sicurezza dell’edificio (che dipendono principalmente dalla messa in sicurezza nel sottosuolo). A dimostrare che il problema non riguardava semplicemente quell’edificio e che i lavori ordinati al proprietario sarebbero stati inefficaci, c’è il fatto che, appena quattro giorni dopo, è crollato un altro palazzo. Insomma, il Comune di fronte ad una emergenza enorme parla in burocratese.
Ma tra le carte quella che in maniera più drammatica evidenzia presunte responsabilità da parte di Ansaldo e Comune di Napoli è la lettera inviata il 19 febbraio alla società e, per conoscenza, a Palazzo San Giacomo dal direttore dei lavori Angelo Ribecco. L’ingegnere lancia un vero e proprio allarme che fa «seguito ai numerosi incontri tenuti nelle varie sedi». Sottolinea che «alcuna soluzione che consenta la prosecuzione dei lavori è stata prospettata». Ribecco dice che la tenuta dei giunti tra i diaframmi non è più garantita, che i progettisti devono trovare soluzioni immediate «prima che si verifichino incidenti del genere già vissuto il 23 gennaio con le conseguenze che questi potrebbero avere sull’edificio circostante». Ma questi lavori di messa in sicurezza («impermealizzazione dei giunti»), per non provocare problemi alla falda acquifera, avrebbero previsto la chiusura della Riviera di Chiaia «per un periodo minimo di 30 giorni», soluzione che, come afferma Ribecco «troverebbe ostacoli in seno all’Amministrazione comunale». Un atto di accusa gravissimo. Del resto, quella, per l’ingegnere, era l’unica soluzione per evitare «ulteriori decompressioni del terreno posto al di sotto dei fabbricati». A stabilire di chi, effettivamente, siano le responsabilità potrà essere, chiaramente, solo la Procura della Repubblica.

Le favelas napoletane? Accanto all’aeroporto

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Un villaggio di baracche e rifiuti abitato da circa 600 anime, da cani randagi e topi. Si vive come in una grande discarica selezionando e bruciando cavi di gomma per ricavare il cosiddetto “oro rosso”, il rame rubato alle Ferrovie. Si riciclano pezzi di auto ricettate e tutto quello che dai cassonetti può tornare alla strada. Non è una baraccopoli di San Paolo del Brasile, sono le favelas napoletane e si trovano proprio a ridosso dell’aeroporto di Capodichino: in via del Riposo, al confine tra la Settima e la Quarta Municipalità, tra Secondigliano e Poggioreale.
Il campo è abitato dai nomadi. Negli anni l’area è diventata sempre più grande, anche perché qui hanno trovato spazio i rom sgomberati da viale Umberto Maddalena e dalla zona della Circumvallazione di Casoria. Ma il villaggio, come una massa cancerosa, diventa ogni giorno più grande. Ai confini vengono depositati gli scarti dell’enorme mole di immondizia che arriva ogni giorni in via del Riposo e su quegli scarti vengono costruite nuove baracche in legno, lamiere, plexiglass, cartone, amianto e qualsiasi materiale possa essere utilizzato per costruire un misero tetto. Inutile parlare di servizi igienici, per urinare e per tutto il resto basta andare ai confini del campo tra odori che farebbero vomitare chiunque. Ma i nomadi che vivono nelle favelas odori non ne sentono più, il loro polmoni sono massacrati dai fumi tossici che vengono sprigionati dai roghi per ricavare il rame dai cavi elettrici. Un’attività che si svolge 24 ore su 24 e che infesta l’aria dell’intero quartiere. I cittadini non ne possono più, e le loro denunce, da anni, restano lettera morta.
Non è una vergogna che si può nascondere. La baraccopoli si trova proprio accanto all’aeroporto di Capodichino e lo scalo napoletano è invaso ogni giorno da accattoni che chiedono l’elemosina ai turisti. Non è il miglior benvenuto per chi arriva in una città, è come dire: “Immaginavate una città misera? L’avete trovata”.
«Sono anni che denunciamo questo scempio – afferma Giuseppe Grazioso, consigliere della VII Municipalità e presidente dell’associazione “Città senza periferie” -, ma il Comune non se ne interessa. È venuta l’Asl più volte e ha presentato un dossier alla Procura della Repubblica, ma la salute pubblica non sembra interessare neanche alla magistratura. Eppure – afferma Grazioso – questo villaggio rappresenta una vera e propria emergenza sia per chi ci vive, in condizioni disumane, sia per la gente del quartiere: una bomba ecologica tra due quartieri molto popolosi. Senza contare l’enorme danno all’immagine per la città. Molti di questi rom invadono l’aeroporto e il campo è ben visibile dagli aerei che atterrano in città. È impressionante come tutta questa illegalità e tutto questo disagio vengano completamente ignorati dalle istituzioni. Tra l’altro – spiega il consigliere-attivista – la situazione peggiora sempre di più, poiché la popolazione nel campo continua a crescere senza argini».