Archivi categoria: Giornalisti minacciati

Murale dedicato al babyrapinatore, cronista minacciato. Fnsi e Sugc: siamo al suo fianco

La Fnsi e il Sugc esprimono solidarietà al collega del Mattino Valentino Di Giacomo, minacciato a Napoli in via Sedil Capuano mentre documentava la rimozione dell’altarino e del murale dedicato a Luigi Caiafa, il 17enne ucciso da un poliziotto durante un tentativo di rapina. L’uomo ha avvicinato il cronista, spintonandolo, e intimandogli che se non si fosse allontanato sarebbe andato a “prenderlo a casa”, impedendogli di fatto di svolgere il proprio lavoro. Sul caso è stata presentata una denuncia, il Sindacato è pronto ad affiancare il collega in tutte le sedi. È evidente che se non si mette mano a delle norme più stringenti che puniscano in maniera  più severa chi limita il diritto di cronaca, i giornalisti saranno sempre più esposti ad attacchi e aggressioni.

Minacce, Borrometi in Antimafia: «Spaventa la delegittimazione». Fnsi: «Paolo non è solo»

Il giornalista Paolo Borrometi, presenti il segretario generale e il presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, ha riferito oggi, giovedì 4 febbraio, in commissione Antimafia sulle minacce ricevute per via del suo lavoro. «Questa audizione – ha spiegato Walter Verini, coordinatore del Comitato per le intimidazioni e i condizionamenti mafiosi nel mondo del giornalismo e dell’informazione – si è resa urgente e necessaria dato l’ulteriore allarme destato dopo l’operazione “Xidy” della Dda di Palermo, con la pubblicazione di intercettazioni in cui si fa riferimento alle inchieste e ai libri di Borrometi con allusioni inquietanti e minacce gravi».

In collegamento dalla sede della Fnsi, il vicedirettore dell’Agi ha raccontato dei 48 processi in cui è parte offesa, diversi dei quali già terminati in primo o secondo grado con condanne per gli imputati, di quanto emerso con la recente operazione antimafia e della sua situazione di cronista costretto a vivere sotto scorta dal 2014. «È un momento difficile in cui all’angoscia si aggiunge la preoccupazione per una violenta campagna di delegittimazione nei miei confronti. Un tentativo che spaventa, perché le minacce accanto a certa delegittimazione portano solo ad una direzione», ha detto Borrometi, evidenziando che «nelle intercettazioni Castello sa che mi avevano proposto di fare un film sul mio libro, una notizia riservatissima. Come faceva a sapere? Quel “noi teniamo presente…” mi inquieta».

«Siamo e saremo al fianco di Paolo Borrometi, al quale rinnoviamo la nostra stima e la nostra solidarietà», hanno ribadito Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, che hanno anche segnalato al Comitato il caso del giornalista casertano Enzo Palmesano, allontanato dal suo giornale su pressione del clan locale. «La Fnsi è accanto a Paolo, nelle aule di tribunale e non solo, e continuerà a fargli da “scorta mediatica”», hanno aggiunto.

In chiusura, il coordinatore Verini ha anticipato l’intenzione di proporre al presidente Nicola Morra la convocazione di Borrometi in sessione plenaria della commissione Antimafia.

Minacce a Borrometi, appello bis sul metodo mafioso per De Carolis. Altre inquietanti manovre contro il cronista

Un processo d’appello bis a Catania che riguarderà l’aggravante del metodo mafioso. È quanto disposto dalla quinta sezione penale della Cassazione nel procedimento che vede imputato Francesco De Carolis per le minacce rivolte al giornalista Paolo Borrometi, vicedirettore dell’Agi. I giudici di piazza Cavour hanno annullato con rinvio la sentenza che era stata emessa dalla Corte d’appello di Catania il 4 aprile 2019, con la quale la pena per l’imputato, accusato di tentata violenza privata, era stata fissata in 2 anni, 4 mesi e 20 giorni, e non era stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso, che, invece, era stata ritenuta sussistente dal tribunale di Siracusa in primo grado nel 2018, quando De Carolis era stato condannato a 2 anni e 8 mesi.

A ricorrere contro la sentenza d’appello, lamentando il mancato riconoscimento dell’aggravante, era stato il pg di Catania, le cui tesi erano state condivise dal sostituto pg di Cassazione Giovanni Di Leo, il quale aveva sollecitato l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata. A tale richiesta si sono associate in udienza anche le parti civili costituite nel processo: oltre a Paolo Borrometi, la Fnsi, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e l’Ordine dei giornalisti della Sicilia.

Bisognerà ora attendere il deposito delle motivazioni della sentenza e poi verrà fissato il procedimento d’appello bis a Catania.

Emergono intanto nuove, inquietanti ‘attenzioni’ rivolte al giornalista, sotto scorta per le sue inchieste sui clan, da esponenti mafiosi. Il contesto è quello fornito dall’operazione condotta martedì 2 febbraio dal Ros dell’Arma dei Carabinieri, nell’ambito dell’indagine condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Palermo, nei confronti di 23 indagati ritenuti a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso (Cosa nostra e Stidda), concorso esterno in associazione mafiosa, favoreggiamento personale, tentata estorsione e altri reati.

Dalle intercettazioni contenute nel decreto di fermo emerge infatti l’insofferenza di uno degli indagati, Simone Castello, per le attività d’inchiesta che sul suo stile di vita e sulle sue attuali occupazioni stava, a suo dire, svolgendo in questi mesi «un noto giornalista impegnato sul fronte antimafia», appunto Borrometi. «Ma noi teniamo presente…», commenta l’intercettato.

Un “problema”, quello della “visibilità” procurata dal giornalista, che, si sottolinea nell’ordinanza, riguarda non solo il singolo associato oggetto delle inchieste giornalistiche, ma anche l’intera associazione, tanto da spingere Castello a «richiedere ospitalità in altri paesi siciliani presso altre famiglie mafiose».

A testimoniare il ruolo fondamentale dei media nell’impedire quella strategia dell'”inabissamento” che, scrivono i magistrati, già Bernardo Provenzano aveva posto come “regola di vita”.

Processo ai Casamonica, Sugc e Fnsi parte civile accanto a Nello Trocchia

Il Sindacato unitario giornalisti della Campania, d’intesa con la Fnsi, si è costituito parte civile nel processo a quattro esponenti dei Casamonica che l’8 maggio del 2018 a Roma aggredirono il giornalista Nello Trocchia e l’operatore Giacomo del Buono, che, per la trasmissione della Rai Nemo, stavano documentando, insieme con la collega di La7 Micaela Farrocco, l’arresto di Antonio Casamonica e di Alfredo Di Silvio, ritenuti responsabili del pestaggio di una donna disabile e del titolare del Roxy Bar alla Romanina.
Il giudice ha ammesso la costituzione del Sindacato dei giornalisti, rappresentato dall’avvocato Giancarlo Visone, per tutti i reati contestati, anche per quelli che riguardano le botte ai poliziotti che si trovavano sul posto per garantire la sicurezza dei cittadini e per eseguire le ordinanze del giudice.
«Saremo al fianco di Nello Trocchia e a tutti i colleghi che vengono minacciati e aggrediti per garantire il sacrosanto diritto dei cittadini ad essere informati – affermano Fnsi e Sugc – È importante che i giornalisti non restino soli, anche nelle aule dei tribunali. È fondamentale dare segnali forti perché i cronisti possano continuare a fare il loro lavoro senza il timore di ritrovarsi isolati e, quindi, vulnerabili. Noi ci saremo, sempre. Ma c’è un clima pesante attorno a chi fa informazione. È necessario che la difesa della libertà di stampa non sia solo una cosa che riguardi una corporazione, come quella dei giornalisti, deve essere una battaglia di civiltà, una battaglia di tutti per la difesa di un bene comune e necessario per la democrazia del Paese».

Fu allontanato dal giornale su pressione del clan locale, la Fnsi porta il caso Palmesano in Antimafia

La Federazione nazionale della Stampa italiana chiederà al Comitato per la tutela dei giornalisti minacciati della commissione Antimafia di ascoltare il collega casertano Enzo Palmesano, giornalista professionista iscritto all’Ordine della Campania dal 1985, allontanato dal quotidiano locale ‘Corriere di Caserta’ per le pressioni del clan locale, come confermato dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, in primo grado, e dalla Corte d’Appello di Napoli, nel 2018.

I fatti risalgono al 2003. La vicenda di Palmesano, che il sindacato ha seguito sia a livello nazionale che a livello regionale, ha avuto vasta eco nell’opinione pubblica anche grazie agli articoli che gli ha dedicato l’autore di ‘Gomorra’, Roberto Saviano. «Nelle carte del processo è emersa in tutta la sua gravità la campagna della camorra per isolarmi e quindi farmi il vuoto intorno nel tentativo di ridurmi al silenzio», spiega alla Fnsi lo stesso giornalista, che evidenzia come a Pignataro Maggiore, dove vive e lavorava, esista «un grave e attuale pericolo» per i giornalisti.

«Quella del collega Enzo Palmesano – osservano Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi – è una vicenda allarmante che dimostra come la criminalità organizzata sia in grado di condizionare l’informazione in Italia. Un caso straordinario e sconcertante sul quale chiediamo alla commissione Antimafia di accendere i riflettori, a tutela del collega e in difesa del diritto dei cittadini ad essere informati».

Processo ‘Rinascita Scott’, la Fnsi scrive al presidente del Tribunale: «Sia garantito il diritto di cronaca»

«La Federazione nazionale della Stampa italiana ha appreso con rammarico della determinazione giudiziaria con cui è stato perentoriamente precluso a tutti i cronisti l’accesso all’aula di udienza del Tribunale ove si tiene l’importantissimo processo contro presunti esponenti della ‘ndrangheta, denominato ‘Rinascita Scott’. Nel profondo rispetto del principio di indipendenza dell’Autorità giudiziaria e dell’autonoma funzione che l’ordinamento assegna alla Sua responsabilità, a questa Federazione, d’intesa con l’Usigrai, preme segnalare la grave limitazione del diritto costituzionale alla libera informazione che deriva da questa determinazione». Così il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, in una lettera inviata al presidente del Tribunale di Vibo Valentia, Antonio Erminio Di Matteo.

«Questo sindacato – prosegue Giulietti – auspica che venga doverosamente contemperato il preminente diritto alla salute e, quindi, l’indiscussa esigenza di contenere i rischi di diffusione del Covid-19, con il parallelo diritto di cronaca giudiziaria e con il principio di pubblicità del processo penale, garantendo almeno ad una troupe di ripresa di accedere, in condizioni di assoluta sicurezza, all’aula di udienza, in modo da consentire il video-collegamento in tempo reale con l’esterno e l’acquisizione delle immagini dalle emittenti televisive interessate».

Così da «poter salvaguardare il diritto dei cittadini ad essere informati – conclude il presidente Fnsi – su un dibattimento penale di enorme interesse pubblico».

Critiche al Tg2, Fnsi: «Inaccettabili gli attacchi di Gasparri a Vittorio Di Trapani»

La storia di Jan Palach, morto il 19 gennaio 1969 dopo essersi dato fuoco per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, i fatti della primavera di Praga e “il coevo ’68 in Occidente” scaldano ancora gli animi. Anche per le ricostruzioni giornalistiche che ne vengono fatte. Basta allora che il segretario dell’Usigrai, Vittorio Di Trapani, critichi un servizio del Tg2 ed ecco che si scatena la reprimenda del senatore forzista Maurizio Gasparri. «Di Trapani negli anni Sessanta si sarebbe chiamato Di Mosca. Le sue sorprendenti elucubrazioni da censore fallito – scrive l’esponente azzurro – lo hanno portato a criticare il Tg2 perché non gli è piaciuto un servizio dedicato all’anniversario del tragico e simbolico gesto di Jan Palach. Per Di Trapani a Praga erano meglio i carri armati russi. Lo chiameremmo Di Mosca se il comunismo non fosse per fortuna crollato anche in Russia, sopravvivendo invece nella confusa testa del sessantottino postumo, nostalgico dell’Urss».

La colpa del segretario dell’Usigrai? Aver scritto sui social: «Questa sera il #Tg2 liquida il ’68 parlando di “proteste confortevoli e spesso autoreferenziali”. Approfittando di un pezzo su #JanPalach, ha definito il suo “un gesto sconvolgente, lontano anni luce dalle proteste confortevoli e spesso autoreferenziali del coevo ’68 in Occidente”». Secondo il senatore Gasparri, Di Trapani «parla del ’68 ma in realtà è seccato dal fatto che non ci siano più sovietici a Mosca e carri armati a Praga. E poi è irritato da qualche spazio di pluralismo in Rai, dove vorrebbe il pensiero unico stile vecchia Pravda».

Attacchi al segretario dei rappresentanti dei giornalisti Rai subito stigmatizzati da Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana. «Più che insultare il segretario dell’Usigrai, Vittorio Di Trapani, con un linguaggio dai toni inaccettabili, il senatore Maurizio Gasparri, e non soltanto lui, a dire il vero, dovrebbe contestare l’uso del nome di Jan Palach ad altri fini», rilevano.

«In questo Paese – aggiungono i vertici della Fnsi – è ancora possibile criticare un articolo o un servizio giornalistico senza per questo dover subire attacchi personali. Non stupisce, comunque, che gli insulti a Vittorio Di Trapani siano arrivati dal senatore Gasparri, professionista dell’indignazione a senso unico. Se con la stessa veemenza avesse aperto bocca quando cacciarono dalla Rai Enzo Biagi e Michele Santoro forse oggi sarebbe quantomeno più credibile».

 

«“Censore fallito”, “nostalgico dell’Urss”, Gasparri non gradisce una critica del segretario dell’Usigrai Di Trapani su un servizio sul ’68 e, come suo costume, insulta – afferma il segretario del SUGC, Claudio Silvestri – Evidentemente non ha argomenti per dire qualcosa di sensato. Fino a prova contraria se c’è un nostalgico patentato, e non certo dell’Urss, questo è il senatore forzista. A Di Trapani va la solidarietà del Sindacato unitario giornalisti della Campania».

Accuse Asl alla troupe di “Oggi è un altro giorno”, Usigrai, Fnsi e Sugc: la Rai denunci

“Le accuse della Asl alla troupe della trasmissione di Rai 1 “Oggi è un altro giorno” di essersi infiltrata con telecamere nascoste nel Vaccine Covid Center di Napoli, sono gravissime. E – alla luce della smentita della Rai – c’è da chiedersi: perché questo attacco?
Non è la prima volta che si tenta di silenziare il lavoro giornalistico usando lo strumento della delegittimazione.
Ci aspettiamo intanto che la Rai denunci gli autori delle accuse “false e diffamanti”.
Esprimiamo poi sconcerto per la presa di posizione del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania che – senza verificare la notizia ascoltando anche il collega impegnato nel servizio – si è scagliato contro un giornalista.
Così come il Presidente del Corecom, con un comportamento non all’altezza del ruolo di garanzia che ricopre”.

È quanto affermano in una nota Usigrai, Fnsi e Sugc

Premio Pimentel Fonseca, Giulietti: «Saremo scorta mediatica per Mario Paciolla»

«Grazie a voi e a chiunque si ostina da dare sostegno alle voci libere e a chi cerca di costruire una rete di donne e di uomini che hanno a cuore i valori racchiusi nella Costituzione. Il sindacato dei giornalisti c’è, è con voi nelle vostre battaglie contro l’oscurità e contro i bavagli, perché abbiamo scelto di essere “scorta mediatica” per chiunque reclami verità e giustizia e per questo siamo al vostro fianco nella ricerca della verità sulla vicenda di Mario Paciolla, cui avete deciso di dedicare questa edizione del premio Pimentel Fonseca. Non si tratta di una “questione di famiglia”, ma di una questione pubblica, nazionale, di democrazia». Così il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, intervenendo alla presentazione della sesta edizione del premio tributato ogni anno nell’ambito del Festival internazionale di giornalismo civile ‘Imbavagliati’, ideato e diretto da Désirée Klain.

«Paciolla – ha aggiunto Giulietti – era anche un giornalista: aveva a cuore la libertà di informazione. Quello che è successo in Colombia ha ancora troppi punti oscuri. Ecco perché dobbiamo essere “scorta mediatica” per lui e i suoi familiari. È l’unico modo per non dimenticare, per amplificare la voce di chi chiede verità e giustizia per Mario, per evitare che la sua vicenda cada nell’oblio. Ed è per questo che facciamo nostra la lettera della famiglia Paciolla e chiediamo a tutte le televisioni, i giornali, le radio di rilanciarla. Siamo a disposizione dei genitori e degli amici di Mario e se vorranno saremo parte civile al loro fianco in un eventuale processo. È una battaglia di civiltà».

PER APPROFONDIRE
Di seguito la lettera della famiglia Paciolla inviata alla direzione del Festival ‘Imbavagliati’ che ha dedicato a Mario la sesta edizione del premio Pimentel Fonseca assegnato quest’anno alla giornalista colombiana Claudia Julieta Duque.

LA LETTERA DEI GENITORI DI MARIO PACIOLLA

Consigliere comunale insulta giornalista, Fnsi e Sugc: vergognoso

La Federazione nazionale della stampa e Il Sindacato unitario giornalisti Campania esprimono sconcerto per le parole minacciose e gravemente diffamatorie pronunciate dal consigliere comunale e regionale Marco Nonno nei confronti del collega Luigi Roano. In alcuni messaggi vocali e intervenendo in aula durante la concitata seduta di Consiglio comunale di Napoli sul bilancio, Nonno ha pesantemente insultato il collega Roano minacciando anche di adire le vie legali, peraltro mentre il collega era impegnato a raccontare sul Mattino, anche on line, passo dopo passo la seduta. L’azione di Nonno era dunque di fatto mirata a condizionare il giornalista nell’esercizio del diritto di cronaca. Fnsi e Sugc condannano fermamente il comportamento e le parole vergognose del consigliere Nonno e si schierano con forza accanto al collega Roano, pronti ad affiancarlo in ogni sede, con la certezza che non si farà intimorire.