«Così lo stato ha coperto il traffico di rifiuti»

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Una testimonianza chiave che apre una ipotesi inquietante sul traffico di rifiuti tossici in Campania: apparati dello Stato avrebbero coperto gli autori dello sversamento dei veleni nelle campagne aversane. Stavolta, la gola profonda non è un pentito di camorra, ma un sottufficiale della Guardia di Finanza, ora in pensione: Giuseppe Carione, che in tutti i modi, avrebbe cercato di fermare i camion della morte prima che interrassero le scorie. Ebbene, il maresciallo capo prima fu estromesso dal caso e poi, addirittura, trasferito. Quei veleni sono finiti sotto terra e a scoprirlo sono stati i carabinieri solo due anni dopo, quando il danno era stato fatto. Sul quel caso si è aperta una delle più importanti inchieste sul traffico illecito di rifiuti in Campania “Terra Madre”. Le dichiarazioni del maresciallo sono state depositate al Gip di Santa Maria Capua Vetere il 2 luglio scorso, sono tutte da verificare, ma si tratta di accuse gravissime. La premessa di Carione, fa tremare le vene ai polsi: la Finanza non avrebbe «mai represso» «un grosso traffico di rifiuti pericolosi smaltiti illecitamente nelle campagne tra Aversa e Lusciano», «riconducibile ai casalesi». Di quel traffico, non fu «mai informata l’Autorità giudiziaria». Carione dice che nell’aprile del 2002 fu avvicinato da Gaetano Vassallo, proprio lui, il boss pentito che per 20 anni ha avvelenato le terre campane, il “ministro dei rifiuti” del padrino Francesco Bidognetti. Fu proprio Vassallo, «abituale frequentatore della caserma», a spifferargli di quegli sversamenti. Non perché in lui si era risvegliata improvvisamente una coscienza civile, ma per «gelosia imprenditoriale». Su quei «terreni agricoli», dove sarebbero state piantate verdure che sarebbero finite sulle tavole degli italiani, stavano sversando i concorrenti, i «fratelli Roma» (poi arrestati dai carabinieri tre anni dopo), che gestivano le ditte “Rfg” di Trentola Ducenta e “Siser” di Villa Literno. Vassallo chiedeva al finanziere di effettuare controlli su queste due società. Carione, secondo quanto affermato al Gip, accompagnò Vassallo da un suo superiore della compagnia di Aversa al quale raccontò tutto. E qui arriva la parte più grave del racconto del maresciallo capo: «Nel pomeriggio dello stesso giorno, ci portammo presso le campagne indicateci. L’ufficiale ebbe modo di verificare l’attendibilità della segnalazione. Da una postazione riservata osservammo che alcuni camion con cassoni scaricavano su una tenuta di terreno agricolo incolto e senza piante, grossi quantitativi di fanghi umidi di colore grigio scuro, mentre un grosso escavatore meccanico provvedeva immediatamente ad occultarli sotto terra». I finanzieri, prosegue il racconto, seguirono anche il camion con l’auto privata di Carione. I fanghi provenivano da una fabbrica per il trattamento di rifiuti dei fratelli Roma. Ma «anziché intervenire», l’ufficiale ordinò «di fare rientro in caserma rinviando ogni intervento al giorno successivo». Il giorno successivo, però, non ci fu alcun intervento. «Da quel momento non ho saputo più nulla. Sono stato escluso da qualsiasi servizio della specie. E, per quanto mi è dato sapere, non venne informata l’Autorità giudiziaria». Anzi, il mese successivo il maresciallo fu trasferito d’urgenza alla tenenza di Ischia. Ma sul caso fece una relazione di servizio, che fu inviata sia al comandante provinciale che a quello regionale della Guardia di Finanza. Carione dice altre due cose importanti: Vassallo, il ras dei rifiuti, era abituale frequentatore della caserma, ma su di lui non vennero fatti mai accertamenti. E che quei camion potevano essere fermati. Eppure, il caso fu scoperto solo nel 2004, quando uno degli autori di quello scempio, Raffaele Roma, proprietario di quel fondo agricolo, e fratello di Generoso Roma, titolare della Siser che si occupava dello smaltimento dei rifiuti pericolosi, decise di parlare.

 

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De Magistris: io sindaco odiato? Sono uno che divide

Luigi de Magistris sindaco di NapoliUn pulcinella con la pizza in mano, corni di ogni dimensione e il libro su “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”. Poi tante carte dietro le quali il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, un metro e novanta, sembra scomparire. «L’esperienza da sindaco mi ha provato sia fisicamente che psicologicamente. Ma l’entusiasmo c’è sempre, e sono pronto a ricandidarmi per portare a compimento la rivoluzione», dice, mentre chiede un bicchiere d’acqua a un commesso che sembra essere stato assunto a Palazzo San Giacomo dai Borbone.

Sindaco, che fine hanno fatto gli arancioni?

«Le elezioni che ci sono state nel 2011 sono state caratterizzate da movimenti di popolo fuori dagli schemi, di rottura, e con aspetti di forte reazione rivoluzionaria rinascimentale. Poi non si è avuta la forza, la volontà, magari anche la capacità e il tempo di organizzare quel movimento. Gli arancioni rimangono, perché rappresentano quella voglia che c’è nel nostro Paese di avere una dirigenza politica all’altezza della sfida di questo momento storico».

Per eventuali elezioni politiche farà di nuovo campagna elettorale?

«Pochi giorni fa sono stato a Vienna, il sindaco di quella città mi ha chiesto a che partito appartenessi. Gli ho risposto che non ho partito. Lui ha poi osservato: “Del resto, il tuo partito è Napoli”. È vero. Da qui alla fine del mio mandato, nel 2016 farò esclusivamente il sindaco di Napoli».

Vede nella svolta renziana del Pd una prospettiva nuova per un partito che lei, spesso, ha duramente contrastato?

«Non posso essere che felice se migliorano i rapporti tra il Pd locale e il sindaco di Napoli. Le prime dichiarazioni del segretario provinciale io le ho apprezzate, perché ci sono toni e contenuti diversi rispetto al duo Cimmino-Ruggiero. Guardo con molto interesse anche al congresso del Pd, ma non mi schiero. Mi auguro che la città di Napoli, attraverso il suo sindaco, possa avere rapporti più proficui col Pd nazionale. In oltre due anni di governo della città, l’ausilio che è arrivato da forze parlamentari nei confronti della città è stato ridotto ad un lumicino di candela. In alcuni momenti ho avuto addirittura la percezione che ci sia stata un’azione di ostacolo».

Si riferisce a qualche episodio in particolare?

«C’è chi ha lavorato per il fallimento della città e ancora oggi lavora per questo».

Si sente più un sindaco amato o odiato?

«Anche nella mia esperienza di magistrato, sono stato una persona che ha diviso. Questo dipende anche dal mio carattere: non conosco una zona grigia nei miei comportamenti. Per questo o c’è uno schieramento di amore, di passione e di sostegno forte o, certe volte, c’è un atteggiamento di astio. Io lavoro, però, perché ci sia una unità nell’interesse della città di Napoli e nel rispetto delle diversità. Nel momento delle elezioni politiche ho percepito un atteggiamento astioso da parte di un pezzo di città, abbastanza forte e che non andava bene. Poi ho ascoltato, e ho trovato anche una volontà di ascolto dall’altra parte. Ora stanno prevalendo nettamente le ragioni di amore».

I comitati civici e i socialnetwork hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua campagna elettorale, adesso, però, proprio dal web arrivano i suoi maggiori oppositori.

«Chi si è messo contro di noi si è subito organizzato con ramificazioni nel mondo politico, istituzionale, dell’informazione. Il sistema che abbiamo disarticolato, adesso si sta riorganizzando, preme per rientrare, vuole fagocitare consulenze e appalti, vuole mettere le mani sulla città».

Bassolino lancia spesso strali nei suoi confronti e tenta di impartirle lezioni di Amministrazione.

«Parlandone tanto gli si dà una credibilità maggiore di quella che ha. Bassolino ha chiuso un ciclo. Spesso sento giudizi tranchant nei miei confronti che governo da soli due anni senza soldi, senza partiti, da uno che ha governato 20 anni con mezzi, soldi e partiti. Venti anni sono un ciclo, un’epoca storica, un’epopea. Ora ha chiuso. Io non penso che i politici debbano andare via, possono dare il loro contributo, ma non con la pretesa di rifarsi una verginità che non gli può appartenere. Il giudizio politico su di lui è pesantemente negativo, ma non mi sfuggono i dati positivi, come nella prima parte del suo mandato di sindaco. Insomma, non penso che la città si possa appassionare sul ritorno del vecchio che non ha funzionato».

Chi sostituirà l’assessore Giuseppina Tommasielli, sarà qualcuno del Pd?

«Chiarisco che non ci saranno rimpasti come ce ne sono stati in precedenza. Oggi ho trovato un assestamento di Giunta che mi soddisfa parecchio: è bene assortita, lavora. Non sono quelli che hanno fatto la campagna elettorale con me, della prima ora, con i quali c’erano passione e affinità, ma non c’era la giusta macedonia di competenze. Oggi c’è un equilibrio. Nominerò il nuovo assessore certamente entro Natale, ma spero di riuscirci anche entro questo mese. Sarà una donna, non verrà dai partiti e non sarà indicata dai partiti».

Lei ha cambiato tutta la Giunta, tranne Sodano e Palmieri. Come hanno fatto a resistere?

«Non avevo partiti, non avevo una esperienza di amministrazione, non pensavo di vincere le elezioni, in pochi giorni ho dovuto fare una Giunta. Non scelgo in base a lobby, cricche, non devo alzare il telefono per decidere. È evidente che in queste condizioni alcune cose vanno bene e altre non funzionano. Palmieri e Sodano non ci sono motivi per cambiarli, forse anche qualche altro assessore poteva restare. Ma ci sono stati degli scossoni che poi mi hanno costretto a fare delle scelte. Tommasielli non l’avrei cambiata se non ci fosse stato l’incidente dell’inchiesta. Altri non hanno prodotto i risultati che mi aspettavo. Ma le tensioni sono rimaste con pochi».

Alcuni l’accusano di utilizzare due pesi e due misure: Tommasielli indagata va via, Sodano pluri-indagato resta. Perché?

«Non facciamo passare Sodano per Totò Riina. Facendo gli amministratori come li facciamo noi, contro i poteri forti, è normale trovarsi sotto il fuoco di esposti e denunce. Io non andrò mai dietro alle vicende giudiziarie. Sulla Tommasielli, non c’entra l’indagine della Procura, poteva trattarsi anche di una denuncia giornalistica. È la vicenda in sé, quella delle multe cancellate per intenderci, che ha lasciato un’ombra. Sono certo che non ci sia nulla di penalmente rilevante, ma nell’immaginario dei cittadini questa cosa ha pesato molto. È stato giusto il passo indietro. La Tommasielli dice “spintaneo”, effettivamente c’è stato un forte movimento in questo senso».

La persona che l’ha delusa di più?

«Mi aspettavo che fosse molto meglio, ma oggettivamente deludente è stato Realfonzo. Era l’unico assessore che avevo scelto in campagna elettorale. Qualche campanellino di allarme lo avevo avuto, perché non si è voluto candidare. Ricordo la sua paura di non prendere voti. Mi sono fatto influenzare da quello che avevo letto, ho capito troppo tardi che si trattava di una bolla mediatica. Pensavo che fosse in grado di affrontare la crisi economica devastante del Comune. Devo dire che tra Realfonzo e Palma c’è un abisso».

L’errore più grande che ha commesso?

«Appoggiare alla campagna elettorale delle Politiche Ingroia. La gente giustamente ha pensato che mi stessi distraendo dal mio ruolo di sindaco».

Qualcuno che si è pentito di avere nominato?

«Il prefetto Silvana Riccio come direttore generale del Comune. Le ho dato ampi poteri e mi ha fatto perdere molto tempo nella riorganizzazione della macchina amministrativa, producendo degli errori seri che hanno inciso anche sulla vicenda del blocco delle assunzioni del personale. Sono stati prodotti danni che abbiamo avuto il coraggio di riparare, ma che ci hanno fatto perdere del tempo».

La cosa migliore che ha fatto?

«Aver ridato un’immagine positiva alla città, quella di una città che rinasce. E i dati sul turismo confermano questo aspetto, visto che siamo la prima città in Italia per crescita di visitatori in questi due anni in cui tutti sono in crisi. È la cosa a cui tenevo di più. Mi mortificava profondamente l’immagine della spazzatura».

Per questo ha utilizzato la politica dei grandi eventi?

«Ha dato una mano. Però adesso siamo passati alla politica degli eventi. Il grande evento ha suscitato anche una giusta reazione da una parte dei napoletani che hanno avuto la sensazione che ci occupassimo poco delle periferie. Invece, questa seconda parte del mandato è concentrata maggiormente sulle grandi problematiche sociali della nostra città. Napoli è lanciata, del resto, ad essere la città degli eventi. Basti pensare al Natale, tanti eventi, che in sé rappresentano un grande evento».

Non tornerà la Coppa America?

«Torneremo a tante manifestazioni sportive. Per quanto riguarda la Coppa America, sono gli americani che hanno il pensierino di fare la finale a Napoli. Se ci fanno una proposta noi diremo di sì. Così come c’è la nostra candidatura per gli Europei di nuoto del 2014. Napoli resta la città degli eventi, dello sport e vuole essere sempre di più la città dei giovani».

Gli obiettivi del 2014 da questo punto di vista quali sono?

«Innanzitutto, la buona riuscita del Forum delle Culture che avrà la sua esplosione in primavera. L’inaugurazione ci sarà lunedì prossimo, partirà con poche iniziative fino alla fine dell’anno, con un progressivo aumento in inverno per avere il suo clou in primavera. Durerà fino al 30 giugno, ma io ho la speranza di riuscire a portarlo fino a settembre».

Ci saranno altri concerti al Plebiscito?

«Ci saranno, ma se lo diciamo ci mettono il recinto e il lucchetto. Siccome siamo per le piazze libere e vive annunceremo a tempo debito il concerto».

Sarà sul livello di quello di Springsteen?

«Per il Forum ci saranno concerti importanti».

Un sindaco viene ricordato per le opere pubbliche che ha realizzato, un’opera per la quale sarà ricordata la sua amministrazione?

«Ci si ricorderà del lungomare. Lo abbiamo aperto alle persone e chiuso alle auto e entro la fine del mandato lo riqualificheremo tutto: da via Posillipo al Molosiglio. Poi ci sono i tre Grandi Progetti. A giorni presenteremo quello Unesco sul centro storico. Confermo che bandiremo le gare entro il 2013. Tutti i cantieri partiranno nel 2014 e le opere termineranno entro il 2015. Parliamo di Napoli Est, Bagnoli e centro storico».

La metro di piazza Garibaldi aprirà a dicembre?

«Il 2 dicembre inaugureremo la stazione della Linea 1 con il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e poseremo, al Centro Direzionale, la prima pietra per la costruzione dell’anello che collegherà l’aeroporto alla Stazione centrale».

Per la metro, quali cantieri si chiuderanno nel periodo del suo mandato?

«Tutti. Anche quelli della Linea 6, Riviera di Chiaia, piazza Municipio. Non quelli nuovi».

Lei ha parlato anche di stadio, ha detto che entro il 2016 sarà tutto fatto.

«Questo dipende anche da De Laurentiis. Però c’è un impegno forte. Stiamo lavorando per chiudere l’accordo entro l’anno. Napoli ha bisogno di un impianto funzionale per la società e per la città. Nonostante la brutta figura che abbiamo fatto con la Juve (scherza)».

Le società partecipate sono al collasso.

«Abbiamo ereditato società partecipate fallite. Questa mattina ho firmato il decreto per la costituzione della holding dei trasporti, la più grande del Mezzogiorno, forse d’Italia in termini di numeri. Si tratta di operazioni strutturali che hanno salvato aziende che erano fallite, Anm era al collasso. Non ero obbligato. Potevo fare come la Regione che ha fatto fallire le proprie Partecipate. Egoisticamente, avrei potuto scaricare sulle amministrazioni precedenti i fallimenti e liberarmi delle zavorre. Invece, ci siamo fatti carico di tutti i singoli lavoratori».

Siamo fuori dal dissesto?

«Quando sono diventato sindaco i creditori venivano pagati a 4 anni, alla fine di quest’anno arriveremo a 18 mesi. E continuando l’opera strutturale che stiamo realizzando, a fine 2014 dovremmo pagare a 60 giorni. Diventeremo, cioè, un Comune virtuoso. È una rivoluzione più di ogni altra».

Si fida poco delle persone che la circondano, questa è la sensazione.

«Mi porto dietro un vizio d’origine. Avendo fatto per 15 anni il magistrato in prima linea in Calabria e a Napoli, e avendo visto in alcuni momenti che le persone che mi erano più vicine hanno tentato di “accoltellarmi”, sono uno che sta molto attento. Ma come sindaco ho dato fiducia a persone come la Riccio, Realfonzo, a persone che non erano troppo idonee a ricoprire un incarico politico come Pino Narducci».

È vero che il prossimo comandante della polizia municipale Acanfora è il suo testimone di nozze?

«L’unico mio “torto” sarebbe stato quello di aver fatto conoscere Acanfora, che collaborava con me, con la moglie che è un magistrato che lavorava nella mia stessa Procura. Quando si sono sposati hanno voluto che fossi loro testimone. Il fatto che abbia scelto tra i miei due più stretti collaboratori due persone che ho visto lavorare con i miei occhi contro la ’ndrangheta, contro la corruzione, non è malapolitica. E poi ne ho scelti tanti tra persone che nemmeno conoscevo, ne ho scelto alcuni su Facebook».

In consiglio comunale aveva una maggioranza bulgara, ora è traballante. Cosa è successo?

«È vero che la maggioranza era bulgara. Molti sono stati eletti perché si sono candidati con me, poi sono passati dall’altra parte. Ora c’è chi con 180 voti si sente il Salvador Allende del Comune di Napoli. Non mi sento con una maggioranza in bilico. Anzi, negli ultimi 7 mesi ho apprezzato il lavoro del consiglio comunale, anche dell’opposizione (Lettieri a parte). Tuttavia, rispetto tutti, anche i consiglieri con 180 voti. Non è la stessa cosa dall’altra parte. C’è un po’ di ingenerosità».

Dopo la sua esperienza da sindaco che farà?

«Alla fine di questo mandato mi ricandiderei. Mi farebbe piacere aprire un ciclo di rottura e ricostruzione, completare l’opera di demolizione degli interessi e delle mura distorte di questa città e costruire un edificio stabile, un edificio da aprire ai giovani. Ma ci vuole oggettivamente un periodo più lungo di 5 anni per come abbiamo trovato la situazione».

Il Cavaliere mette sotto scacco Re Giorgio

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Sarà anche vero che il Pdl è tutto concentrato sugli affari del capo e sui suoi guai giudiziari, ma la crisi si apre su un fatto sostanziale: l’aumento dell’Iva. E su questo il Pd ne uscirà ancora una volta sconfitto. Pensare che il costo di qualsiasi merce aumenti, e solo a beneficio delle casse dello Stato, a cui andrà quasi un quarto del valore di ogni cosa, è improponibile. Soprattutto in un Paese in cui la pressione fiscale è già alle stelle, dove non circolano più soldi, dove aumentano disoccupati e i poveri e dove il lavoro per i giovani è una scommessa. Invece sarà così, e il peso di questa decisione per tutte le famiglie, soprattutto quelle indigenti, sarà troppo grande, devastante.

Se il centrosinistra pensa di vincere la sua campagna elettorale sulla questione morale, si sbaglia di grosso e ripete, con una idiozia suicida che dura da 20 anni, il solito errore. Quella di Berlusconi è una mossa da scacco matto, in una sfida che ha un solo vero avversario: Re Giorgio, l’unico ad avere giocato, fino ad ora, la partita del centrosinistra.

Dalla crisi dello spread alla scelta di Monti fino alla promozione della necessità delle larghe intese, il Capo dello Stato ha affermato il suo ruolo di dominus nel vuoto lasciato dal Parlamento. Vuoto che ha permesso al Cavaliere di risorgere ogni volta da situazioni di crisi che sembravano definitive per il suo futuro politico (dagli scandali giudiziari allo sfavore dei mercati internazionali), rischiando di fargli vincere, addirittura, le elezioni.

Ora, però, per il Presidente della Repubblica è tutto più difficile. La merce di scambio per risolvere la crisi non potrà essere certamente l’amnistia. Un fatto è certo, dalla sua replica, e non da quella di Letta, dipende il futuro del Governo, e sulla strategia che metterà in campo si gioca, stavolta, anche la sua credibilità e il ruolo che avrà realmente nella storia del Paese.

Asìa indagata per l’assunzione di 300 operai. Condannata per l’unico non assunto

Il sindaco De Magistris alla sede dell'Asia

Quando il manager della Fiat Sergio Marchionne non reintegrò gli operai della Fiat di Pomigliano, nonostante le sentenze del Tribunale del lavoro, il sindaco Luigi de Magistris si schierò apertamente con i lavoratori. Andò a manifestare davanti ai cancelli della fabbrica, disse che era necessario «arginare l’ondata padronale e neoschiavistica imposta dalla dirigenza Fiat». Evidentemente, ha già dimenticato quella sua presa di posizione, perché in casa sua fa esattamente il contrario. L’Asìa, azienda partecipata del Comune di Napoli che si occupa del ciclo dei rifiuti, infatti, non ottempera ad una sentenza della Corte di Cassazione che ordina di reintegrare un lavoratore nella società. È vero che il sindaco non è l’amministratore di quella azienda, ma ne nomina direttamente il manager e il consiglio di amministrazione con decreti firmati di suo pugno. Il caso è quello di Maurizio Mattielo, l’unico che, inspiegabilmente, non è rientrato nell’infornata di assunzioni con la quale i 1.019 lavoratori impiegati nelle ditte private che si occupavano della raccolta, furono assorbiti dall’Asìa. Era il 2000, da allora ne è nato un lungo contenzioso giudiziario che ha trovato il suo epilogo solo quest’anno, quando la Corte suprema ha rigettato il ricorso degli avvocati dell’Asìa, confermando quanto stabilito in Appello: Mattiello, ex dipendente della “Nuova Spar Ambiente”, deve essere assunto e ricevere tutti gli stipendi arretrati dalla mancata data di assunzione. Gli avvocati del lavoratore più volte hanno sollecitato la società a rispettare quanto stabilito dal giudice senza ottenere alcuna risposta.

La vicenda si inserisce in un quadro molto complesso. I dirigenti della società e lo stesso vicesindaco Tommaso Sodano, infatti, sono indagati sia dalla Procura della Repubblica che dalla Corte dei Conti proprio per l’ultima tranche di assunzioni che rientrano in quello stesso accordo del 2000 e che riguardano anche i 350 operai della Lavajet e della Docks. Contro quelle assunzioni si scagliarono sia l’ex presidente dell’Asìa Raphael Rossi, silurato pochi mesi dopo la sua nomina, che gli ex assessori alla Legalità, Pino Narducci, e al Bilancio, Riccardo Realfonzo, entrambi usciti dalla squadra del sindaco Luigi de Magistris.

Insomma, si è venuto a creare un vero e proprio paradosso: i tribunali mettono sotto inchiesta il Comune per gli operai assunti, e, allo stesso tempo, lo condannano per l’unico non assunto. Il Tribunale del lavoro chiede il reintegro, e la Corte dei Conti afferma che è uno spreco. Ma la sentenza della Corte di Cassazione potrebbe rappresentare un vantaggio per Palazzo San Giacomo per dimostrare la correttezza della scelta delle assunzioni (immaginiamo il costo del reintegro di 300 operai se questo fosse stabilito dal Tribunale del Lavoro). Una carta che, tuttavia, il Comune non ha ancora giocato. Sta di fatto che, su più di mille persone, l’unico davvero penalizzato da questa vicenda resta il povero Mattiello che si ritrova disoccupato e con due figli da mantenere.

Lo staffista del sindaco insulta Velardi: «Uomo di m…»

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Il sindaco sceglie con cura i suoi staffisti. Alcuni sono degli opinion leader, hanno blog e vanno in tv, difendono a spada tratta la rivolluzione arancione. Altri, scelti per le loro abilità comunicative, sono più noti per le loro esternazioni su Facebook. Tra questi Alessandro Di Rienzo che ieri su Facebook ha pensato bene di insultare pubblicamente Claudio Velardi, politico di lungo corso, ex assessore regionale al Turismo e professionista della comunicazione. Velardi, interpellato dal Mattino, ha polemizzato con la presa di posizione di Erri De Luca che si è schierato contro l’inceneritore di Giugliano. Lo scrittore ha invitato la popolazione locale ad alzare le barricate, come per la Tav in Val di Susa. Il politologo ha affermato che quella di De Luca è un’operazione di marketing, legata ad interessi editoriali, e che la sua idea di intellettuale impegnato è ottocentesca. Insomma, un dibattito teso, ma che si fonda su analisi interessanti, dall’una e dall’altra parte. Nel dialogo a distanza tra De Luca e Velardi si è inserito Di Rienzo (1.263 amici sul socialnetwork) con un giudizio che non lascia spazio ad interpretazioni: “L’uomo di merda contemporaneo (Claudio Velardi) – scrive lo staffista stipendiato dai napoletani – che dà dell’intellettuale ottocentesco ad Erri De Luca. Viva l’Ottocento». La comunicazione istituzionale è una cosa seria. Anche i dirigenti devono dare conto al sindaco di quello che dichiarano alla stampa e che dicono pubblicamente, e i social network sono evidentemente una piazza vituale molto importante. In questo caso, o il sindaco condivide il contenuto dell’affermazione o gli staffisti godono di una libertà particolare che, in casi come questo, non può che danneggiare l’immagine del sindaco e della sua Amministrazione. Di Rienzo non è nuovo a queste esternazioni. Poco più di un anno fa reagì ad un articolo di Repubblica, sul parcheggio in sosta vietata dell’auto blu del primo cittadino, dicendo che i giornalisti «precari sono un po’ come la manovalanza armata nella criminalità organizzata». In quella occasione il dipendente comunale fu costretto a chiedere pubblicamente scusa. Anche se ancora ieri continuava a scrivere: «Repubblica è la patria dei titoli balordi».

Nino Daniele: «Neumann farà in Villa Comunale la casa della canzone napoletana»

L'assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele, durante l'intervista al Roma

L’assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nino Daniele, durante l’intervista al Roma

Nino Daniele, politico di lungo corso, è uno degli ultimi innesti nella squadra di Luigi de Magistris. È l’assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, ma ha in realtà un ruolo di mediazione fondamentale per ricostruire una nuova maggioranza politica attorno ad un’Amministrazione che è uscita molto indebolita dal deludente risultato delle ultime elezioni politiche. Ha cominciato nella sezione del Partito comunista di San Giovanni a Teduccio, diventandone il segretario, poi è stato consigliere comunale dal 1977 al 1993, consigliere regionale dal ’95 al 2005, passando per l’esperienza di sindaco ad Ercolano dal 2005 al 2010. «Ho liberato quella città dai clan», dice. Presiede l’osservatorio sull’illegalità e la camorra e, per ricoprire questo ruolo, ha abbandonato il suo partito, il Pd, del quale continua a condividere progetto e ideali. Nelle sue mani, adesso, c’è la patata bollente del Forum delle Culture, otto mesi di eventi ancora tutti da organizzare.

Già conosceva de Magistris, come è nata questa collaborazione?

«Ci eravamo incrociati in qualche occasione, lui apprezzava il lavoro che stavo facendo ad Ercolano. Più volte mi ha dato il suo sostegno quando sono stato minacciato, ma non eravamo mai andati oltre questo. Quella di chiamarmi è stata una sua idea e una sua scelta: mi ha chiesto se me la sentivo di dare una mano alla città e io ho accettato. Non c’è nulla di politico in questo: ognuno resta con le sue idee e con la sua storia. Di certo non sono diventato arancione».

Ad Ercolano hai contribuito a creare il Mav, una delle migliori esperienze museali degli ultimi tempi in Campania. A Napoli c’è stato il tentativo di creare grandi musei di arte contemporanea come il Madre, che vive una grande crisi. Il Comune ha realizzato il Pan, un ibrido tra un centro di documentazione, un museo, un salotto per incontri culturali: qualcosa che non ha ancora un progetto. Che futuro ha questa struttura?

«Ha un’esperienza tormentata, ma ha comunque una sua vivacità. È evidente che non ha una sua fisionomia, non ha una programmazione di lungo respiro. Tuttavia ha una grande missione che ci stiamo attrezzando a rilanciare».

Quale sarà questa missione?

«Sarà un grande luogo di produzione e di documentazione sui linguaggi del contemporaneo. Non a caso abbiamo individuato una figura come Andres Neumann che ci aiuterà in questo percorso».

Il primo passo di questo percorso?

«Abbiamo deciso di creare una unità speciale che vede insieme il Pan, la Casina pompeiana e la Cassa armonica. Questi tre luoghi saranno sotto la responsabilità di Neumann».

La Cassa Armonica è nel degrado.

«Risolveremo questo problema. Teniamo aperte tutte le strade. Tra gli obiettivi c’è quello di accedere ai finanziamenti europei».

Cosa si farà nella Casina Pompeiana?

«Stiamo lavorando con la Rai per trasferirvi l’archivio storico della canzone napoletana. Sarà la casa della canzone napoletana, un luogo dove si può rintracciare la storia della canzone e dove la si può ascoltare. Neumann pensa che sia una risorsa culturale per l’internazionalizzazione della nostra cultura. La musica napoletana nel mondo non identifica solo la nostra città. Dal punto di vista turistico è un attrattore immateriale fantastico. La casina è piccola, ma si trova in un posto strategico come la Villa Comunale».

Il tema più caldo per l’Amministratore in questo momento è quello del Forum sul quale l’Amministrazione è in grande ritardo. Qual è la situazione adesso?

«Il Forum è un cammino accidentato nel quale, però, ogni giorno facciamo passi in avanti».

C’è almeno un punto fermo nel programma?

«Il 28 cominciamo con le celebrazioni delle Quattro Giornate, per poi allargarci ai temi della libertà e della pace. Ci saranno anche eventi spettacolari, come “Napoli 1943” di Enzo Moscato e, chiaramente, il concerto di Morricone. L’obiettivo sarà far partecipare molto i giovani, nella Mostra d’Oltremare ci sarà un villaggio dedicato a loro».

Si è parlato anche di invitare il Papa.

«Non sono i grandi personaggi che fanno il Forum, ma il dialogo che metteremo in campo. Gli inviti, comunque, li fanno De Magistris e Caldoro».

È possibile che ci sarà un incontro tra Abu Mazen e Perez?

«Ci stiamo lavorando. Ma contiamo di avere rappresentanze da tutto il mondo».

America’s cup, l’avrebbe portata a Napoli?

«Sì. Gli albergatori mi dicono che da maggio a luglio c’è stata un’occupazione delle camere dell’80%. Molti attribuiscono il risultato al miglioramento di immagine prodotto dall’America’s Cup. Noi siamo intenzionati a fare anche, d’intesa con la Fondazione Forum, degli studi preventivi, delle valutazioni ex ante sui possibili eventi. Una prevalutazione sul risultato degli eventi. Non quelli culturali».

La Coppa America tornerà a Napoli?

«Sì (si corregge, ndr). Non lo so. Ci saranno anche eventi spettacolari nel Forum. Noi abbiamo acquistato un marchio». Gli americani torneranno a Napoli? «Beh, il concerto di Morricone si terrà alla Base Nato».

Per il Forum non ci sono ancora i bandi, come si farà entro il 28 settembre?

«C’è un tavolo tecnico interistituzionale che lavora a questo. Ma faremo tutto con la massima trasparenza».

Visti tutti i problemi che ci sono stati per l’organizzazione del Forum, la Fondazione non ha mai pensato di annullare il Forum a Napoli?

«Ci sono stati rapporti complicati e difficili con la Fondazione».

Li avete dovuti convincere?

«Li abbiamo dovuti convincere, ma sapendo che i primi a voler essere convinti erano loro, visto che anche la Fondazione del Forum di Barcellona tiene molto a che il Forum si faccia a Napoli». A loro va un milione di euro? «Si acquista un marchio, come per tutti i grandi eventi».

Un po’ di soldi stanno arrivando?

«Si sta facendo un grande lavoro strutturale con la programmazione per il centro storico Unesco, siamo alla progettazione definitiva, stiamo per andare in gara. È importante il recupero e la rifunzionalizzazione di contenitori culturali e dei monumenti storici della città che sono nel degrado. Il Forum si accompagna a questo lavoro. Mentre in altre città il Forum ha i finanziamenti, statali da noi la parte strutturale si basa sui fondi europei».

Nell’area Ovest della città abbiamo perso Zoo, Edenlandia, Ippodromo, e tante strutture per lo sport. Come se lo spiega?

«È in corso un’inversione di tendenza. Ci sono già investitori e operatori del mondo dell’intrattenimento che ci hanno presentato idee importanti anche per l’anno prossimo sull’utilizzo dell’intera Mostra. Si sta lavorando per farci grandi eventi a scala internazionale. Lavoro attorno alla musica».

Un festival della musica?

«Sì, la prossima estate, sarà indirizzato ai giovani».

Ci saranno grandi eventi culturali, mostre importanti per la città?

«Per Natale stiamo preparando delle grandi mostre, un progetto che chiamo Napoli Imago Mundi. Mostre di pittura al pan, San Domenico Maggiore, Castel dell’Ovo e altre cose ancora. Ci saranno 2-3 grandi esposizioni importanti. Ma non fatemi dire di più».

La giunta de Magistris è costantemente sotto attacco politico e c’è una notevole attenzione da parte della magistratura. Come se lo spiega?

«È una domanda difficile. La magistratura come dice il sindaco può rivoltarci come un calzino e io ho trovato persone molto perbene che lavorano nell’interesse della città. Dal punto di vista politico, non c’è dubbio che il risultato elettorale negativo ha segnato un isolamento del sindaco e della giunta. E quindi lui reagisce con l’intuizione positiva di provare a coinvolgere nuove forze, nuovi soggetti, altri mondi vitali della città. Spostando più avanti l’obiettivo di ricostruire un’unità del centrosinistra, con il coinvolgimento del Pd».

Lei che ruolo ha in questo?

«Il lavoro che sto facendo col Forum serve anche a questo. Qui ognuno può dare un contributo. Sto cercando di ricostruire un rapporto. Stiamo vivendo la crisi più acuta del dopoguerra. L’obiettivo deve essere quello di muoversi nella ricostruzione di una prospettiva che dia fiducia. Noi dobbiamo dare l’idea di avere una visione della città. In questo senso va ripreso un dialogo con forze importanti della città. Sento che c’è un quid che si sta determinando. Dobbiamo andare verso la società della fiducia, costruire lo spirito pubblico della città che non è fatto solo di riflessioni e considerazioni critiche sul nostro presente, ma anche di progettualità che ci permetta di dire che abbiamo una prospettiva credibile». È evidente che le non è solo l’assessore alla Cultura, in questo momento è l’uomo del dialogo. «In un momento come questo la cosa importante è essere principi di aggregazione, non fattori di disgregazione. Io non mi impegno mai in risse e polemiche. Partecipare all’agitazione per l’agitazione quotidiana in cui altri si esercitano sarebbe controproducente. Sarebbe meglio che tutti stessero anche dall’opposizione in una logica di opposizione governante. Si chiama etica della responsabilità verso la città».

scritta con Pierluigi Frattasi

Bagnolifutura, la città e i lavoratori pagano per i fallimenti della politica

La gestione e la storia della Bagnolifutura rappresentano la migliore sintesi del fallimento di una classe politica e amministrativa che per venti anni ha governato la città. La società è nata con un obiettivo ben preciso: la trasformazione urbana. Una vera e propria rivoluzione che doveva partire dalla dismissione dell’industria pesante, che per quasi cento anni ha caratterizzato il tessuto produttivo ed economico del territorio. Passando per la bonifica e il recupero della bellissima baia di Coroglio, ci sarebbe dovuta essere una riconversione della produttività verso il settore terziario, quello del turismo e dei servizi. Nulla di tutto questo è accaduto, e le ripercussioni sociali sono state devastanti. Oggi, a fronte di un progetto fallito, c’è una città irrimediabilmente più povera. Le responsabilità politiche sono evidenti e pesantissime, benché nessuno abbia voglia di assumersene il carico. La gestione della Stu è stata esclusivamente nelle mani dell’establishment bassoliniano. Il management è stato affidato a uomini che hanno ricoperto anche un ruolo strategico nell’Amministrazione comunale: Tino Santangelo, Rocco Papa, Riccado Marone sono stati vicesindaco. Sarebbe dovuta essere una garanzia di continuità, un punto di forza. Non lo è stato. Per anni si è litigato sui progetti, perdendo di vista l’obiettivo primario: quello di dare una prospettiva alla città e di colmare il vuoto lasciato da migliaia di posti di lavoro andati in fumo. Alla lentezza delle istituzioni locali, alimetata dalla confusione sugli obiettivi da raggiungere nel breve e nel lungo periodo, si è aggiunto il graduale taglio delle risorse da parte del governo centrale. A pagare, ora, come venti anni fa, sono ancora una volta i lavoratori, non i manager, non i politici. Per evitare il crac, saranno ridotti i loro salari. De Magistris ha cambiato gli uomini, ma manca ancora un progetto da non ridiscutere ad ogni passo. Lo ha dimostrato il caso di Città della Scienza. La sciagura della distruzione è stata l’occasione per rimescolare ancora le carte di quel futuro lanciato ancora troppo lontano.

Lo Sferisterio? Facciamone un parcheggio per il lungomare liberato

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Per Fuorigrotta c’è un progetto di rilancio, ma tutto è fermo. È vero, non ci sono soldi. Ma si potrebbe cominciare dai progetti sui quali possono investire i privati. Il vero freno, però, è rappresentato dalla burocrazia e dall’assenza di idee chiare da parte dell’Amministrazione. Il caso Zoo è emblematico, a Palazzo San Giacomo dichiarano di voler rendere tutto più facile per chiudere l’affare. Ma, dall’altra parte, la Mostra d’Oltremare, partecipata del Comune, ritarda questa procedura. I vincoli e gli abusi edilizi fanno scappare le società che vogliono prendersi l’Edenlandia, ma quegli ostacoli non vengono eliminati. Facciamo un altro esempio. Lo Sferisterio, distrutto dalla camorra nel 1986, è un monumento alla vergogna. Tutti i progetti di riqualificazione sono naufragati di fronte al vincolo posto dalla Sovrintendenza di non cambiare la destinazione d’uso (anche se la pelota non la gioca più nessuno). Eppure, piuttosto che far marcire quel rudere sarebbe meglio anche un parcheggio di interscambio per chi è diretto in centro o sul lungomare liberato (conservando la struttura esterna). Chiaramente lo sferisterio potrebbe anche essere tante altre cose. È evidente che a Napoli c’è una necessità: lo sviluppo della città. E c’è un ostacolo: chi la amministra, a tutti i livelli. Negli anni ’50, grazie ad un uomo di immensa cultura come Carlo Bo e ad un grande architetto come Giancarlo De Carlo, Urbino è diventata quello che è oggi: una città medievale con parcheggi sotterranei e con palazzi che all’esterno hanno conservato il loro antico aspetto, e all’interno sono delle avveniristiche strutture in cemento armato belle e funzionali. Ma per queste trasformazioni ci vuole il coraggio e la forza delle idee.

Grandi eventi, a Napoli servono solo se portano finanziamenti

L'area di Barcellona rivoluzionata per il Forum del 2004

L’area di Barcellona rivoluzionata per il Forum del 2004

Il sindaco Luigi de Magistris ha puntato tutto sui Grandi eventi, dalla Coppa America al Giro d’Italia, passando per la Coppa Davis. L’obiettivo è quello di rilanciare l’immagine della città, la promessa è quella di accogliere sempre più turisti. Una spesa certa e importante, rispetto ad un ritorno economico non immediato e, soprattutto, incerto. Nel recente passato è stato dimostrato come una crisi legata all’emergenza rifiuti possa cancellare anni di marketing territoriale in tempi brevissimi. Se si pensa che qualche recensione positiva sui giornali internazionali, qualche spot di discutibile fattura e qualche foto su internet possano produrre qualcosa di positivo e determinante è un’illusione da abbandonare nel più breve tempo possibile. Napoli non è stata inventata dal sindaco arancione, è una città con qualche millennio di storia. C’è una letteratura sconfinata che ne ha fatto un mito nel mondo. A Palazzo San Giacomo su questo aspetto c’è un po’ di confusione: il Vesuvio non è lo sfondo delle barche a vela, ma lo sterminatore che ha distrutto Pompei. Firenze, Venezia, Roma non vivono di grandi eventi, ma del loro immenso patrimonio. Sono città dove fiumi di turisti ogni giorno invadono le strade e non certo per gli eventi che si organizzano. È vero, gli eventi servono alle città importanti, ma devono essere davvero grandi. Il Forum delle culture lo insegna, con i finanziamenti ottenuti Barcellona e Monterrey hanno completato le loro rivoluzioni urbanistiche. Ma se non sono questo, queste manifestazioni non servono, se non portano alla città milioni di euro subito lasciamole stare.

Napoli città morta, la cultura si fa nei centri commerciali

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Le serrande chiuse di Fnac avevano prodotto un senso di inquietudine nei residenti del Vomero. Come se fosse stata cancellata una piazza, con i suoi palazzi, le panchine, le colonne dove appoggiarsi, i tavolini dei caffè all’aperto. Il quartiere più borghese della città sarebbe rimasto orfano dell’unico suo luogo di incontro e di cultura. È un paradosso ma è così: i musei, le librerie, i bistrot non svolgono alcuna funzione aggregante in una zona ad alta vocazione residenziale se non ci sono stimoli. Al centro storico, ad esempio, l’università funziona da enorme motore culturale, non perché è l’Accademia, ma perché riunisce attorno a sé una grande quantità di persone di diversa provenienza sociale, di città diverse, ma con interessi comuni. Per questo ogni spazio di quel quartiere può diventare un luogo di incontro vero e, quindi, di cultura: dal bar, al cinema, alla libreria. Al Vomero non è così. Paradossalmente, però, un piccolo centro commerciale, come Fnac, ha svolto, in parte, questa funzione. In quel negozio, dove si può entrare anche solo per guardare e per incontrare, appunto, si ritrovano persone che possono parlare insieme delle stesse cose: dai libri alla fotografia, dalla musica all’informatica. È un luogo commerciale che diventa piazza, è la cultura tenuta in vita dal mercato. Questo, però, deve stimolare una riflessione. Se la cultura ha bisogno di centri commerciali per sopravvivere, significa che attorno c’è il deserto: un vuoto pericoloso, una città morta.

Il corsivo sul Giornale di Napoli di oggi